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domenica 17 marzo 2013

Mondi fittizi

Qualche tempo fa, parlando con un sedicente editor di una casa editrice specializzato, si badi, in fantasy, questi iniziò a farsi beffe delle persone che negli anni avevano mandato i loro manoscritti elencando una lista di errori in cui si era imbattuto. Uno dei migliori, secondo lui, era il fatto che un autore avesse mandato all’attacco di un accampamento indiano un gruppo di vichinghi facendo loro utilizzare delle armi automatiche. Seguito a breve distanza da degli orchetti che ascoltano una radio, in un altro romanzo.
Tempo dopo, mi è capitato di parlare con dei fanatici del beta reading, che criticavano una persona perché secondo loro non in grado di mettere gli accenti giusti in un testo. E allora giù a dire che questa persona non dovrebbe scrivere…
Cosa hanno in comune questi e altri episodi analoghi? Il fatto che qualcuno sia salito in cattedra e si è messo a giudicare un testo letterario, sentendosi tanto preparato, quando invece non ha espresso nessuna critica che andasse a toccare degli argomenti narratologici. In pratica, per quanto ne sappiamo, chi aveva messo in mano degli M-16 a dei vichinghi medioevali in realtà aveva scritto un ottimo romanzo fantasy, d’azione e ben costruito, solo che non era un esperto in armi d’epoca. E allo stesso modo, la non conoscitrice dell’accento acuto magari aveva scritto un racconto pieno di pathos e di tecnica narrativa… e i critici di cui sopra, attenti all’accento ma digiuni di narratologia, non se sono manco accorti.
Perché, parliamoci chiaro: se uno è uno scrittore, non è tenuto a essere né uno storico, né uno scienziato. A ben pensarci, non è tenuto nemmeno a padroneggiare la sua lingua, a patto che sappia narrare. Senza contare che la forma dell'espressione di un testo dovrebbe avere un significato a sé stante, quindi forse c’è un motivo se gli accenti erano sbagliati... ma quello che conta è che, purtroppo, c’è troppa gente che crede di poter giudicare il testo senza tener conto dei meccanismi narrativi. Ancora peggio, senza tener conto delle emozioni che un testo, magari imperfetto, riesce a trasmettere.
In ogni caso, tutto questo mi serve per partire con un altro genere di ragionamento. Io credo che il testo letterario sia molto più isolato, nella sua essenza, di quanto generalmente si creda. Insomma, se io scrivo una storia ambientata nella mia città, e cerco con questo di farne un apologo, una descrizione sarcastica di essa, allora tanto vale che io scriva un pamphlet. In alternativa, posso utilizzare delle storie vere – o verosimili, anche se non sappiamo bene cosa possa essere verosimile e cosa no, quanto meno non con sicurezza e non per tutti – e dei personaggi presi dal mondo reale – al massimo cambiandone il nome per proteggere gli innocenti – e devo far fare loro delle cose che hanno fatto realmente. Se però io introduco un personaggio fittizio, prendo una deviazione verso il mondo delle storie inventate… e improvvisamente il mondo che voleva essere reale non è più tale. Perché nella città che io voglio rappresentare come reale è entrato un elemento di irrealtà, un elemento che andrà a modificare tutto il resto della struttura, che a quel punto non è più reale. Quindi anche le pretese di scrittura come apertura nella realtà, e il desiderio di concretezza, vengono meno. Vengono meno anche le pretese di essere degli esperti di ciò che si sta scrivendo, per il semplice motivo che sto scrivendo qualcosa che conosco solo io, quindi come potrei non esserne esperto? E a quel punto anche dei vichinghi armati di M-16 nel Medioevo potrebbero avere il loro senso. Perché tutto quello che rimane solo le regole di coerenza interna. Non hanno più senso, invece, consigli come: non ambientate le vostre storie negli Stati Uniti, se non li conoscete. Come potrei non conoscerli? Sono lo sfondo della mia storia…
Ma c’è un’altra conseguenza molto importante, che ha a che fare con la costruzione – e l’eloquio – dei personaggi. Sarà un mio gusto personale, ma a me non piace molto l’idea di mettere in scena dei personaggi che, a causa della loro educazione, un realista farebbe parlare in modo dimesso e con un’enciclopedia molto scarsa. A parte che è un punto di vista schifosamente snob, secondo me limita molto le potenzialità dei dialoghi. Allo stesso modo, non ho molta simpatia per le incursioni in un dialogo di battute in lingua straniera, o comunque solo in episodi particolari.
Ma su questo ritorneremo...