Qualche tempo fa,
parlando con un sedicente editor di una casa editrice specializzato,
si badi, in fantasy, questi iniziò a farsi beffe delle persone che
negli anni avevano mandato i loro manoscritti elencando una lista di
errori in cui si era imbattuto. Uno dei migliori, secondo lui, era il
fatto che un autore avesse mandato all’attacco di un accampamento
indiano un gruppo di vichinghi facendo loro utilizzare delle armi
automatiche. Seguito a breve distanza da degli orchetti che ascoltano
una radio, in un altro romanzo.
Tempo dopo, mi è
capitato di parlare con dei fanatici del beta reading, che
criticavano una persona perché secondo loro non in grado di mettere
gli accenti giusti in un testo. E allora giù a dire che questa
persona non dovrebbe scrivere…
Cosa hanno in comune
questi e altri episodi analoghi? Il fatto che qualcuno sia salito in
cattedra e si è messo a giudicare un testo letterario, sentendosi
tanto preparato, quando invece non ha espresso nessuna critica che
andasse a toccare degli argomenti narratologici. In pratica, per
quanto ne sappiamo, chi aveva messo in mano degli M-16 a dei
vichinghi medioevali in realtà aveva scritto un ottimo romanzo
fantasy, d’azione e ben costruito, solo che non era un esperto in
armi d’epoca. E allo stesso modo, la non conoscitrice dell’accento
acuto magari aveva scritto un racconto pieno di pathos e di tecnica
narrativa… e i critici di cui sopra, attenti all’accento ma
digiuni di narratologia, non se sono manco accorti.
Perché, parliamoci
chiaro: se uno è uno scrittore, non è tenuto a essere né uno
storico, né uno scienziato. A ben pensarci, non è tenuto nemmeno a
padroneggiare la sua lingua, a patto che sappia narrare. Senza
contare che la forma dell'espressione di un testo dovrebbe avere un
significato a sé stante, quindi forse c’è un motivo se gli
accenti erano sbagliati... ma quello che conta è che, purtroppo, c’è
troppa gente che crede di poter giudicare il testo senza tener conto
dei meccanismi narrativi. Ancora peggio, senza tener conto delle
emozioni che un testo, magari imperfetto, riesce a trasmettere.
In ogni caso, tutto
questo mi serve per partire con un altro genere di ragionamento. Io
credo che il testo letterario sia molto più isolato, nella sua
essenza, di quanto generalmente si creda. Insomma, se io scrivo una
storia ambientata nella mia città, e cerco con questo di farne un
apologo, una descrizione sarcastica di essa, allora tanto vale che io
scriva un pamphlet. In alternativa, posso utilizzare delle storie
vere – o verosimili, anche se non sappiamo bene cosa possa essere
verosimile e cosa no, quanto meno non con sicurezza e non per tutti –
e dei personaggi presi dal mondo reale – al massimo cambiandone il
nome per proteggere gli innocenti – e devo far fare loro delle cose
che hanno fatto realmente. Se però io introduco un personaggio
fittizio, prendo una deviazione verso il mondo delle storie
inventate… e improvvisamente il mondo che voleva essere reale non è
più tale. Perché nella città che io voglio rappresentare come
reale è entrato un elemento di irrealtà, un elemento che andrà a
modificare tutto il resto della struttura, che a quel punto non è
più reale. Quindi anche le pretese di scrittura come apertura nella
realtà, e il desiderio di concretezza, vengono meno. Vengono meno
anche le pretese di essere degli esperti di ciò che si sta
scrivendo, per il semplice motivo che sto scrivendo qualcosa che
conosco solo io, quindi come potrei non esserne esperto? E a quel
punto anche dei vichinghi armati di M-16 nel Medioevo potrebbero
avere il loro senso. Perché tutto quello che rimane solo le regole
di coerenza interna. Non hanno più senso, invece, consigli come: non
ambientate le vostre storie negli Stati Uniti, se non li conoscete.
Come potrei non conoscerli? Sono lo sfondo della mia storia…
Ma c’è un’altra
conseguenza molto importante, che ha a che fare con la costruzione –
e l’eloquio – dei personaggi. Sarà un mio gusto personale, ma a
me non piace molto l’idea di mettere in scena dei personaggi che, a
causa della loro educazione, un realista farebbe parlare in modo
dimesso e con un’enciclopedia molto scarsa. A parte che è un punto
di vista schifosamente snob, secondo me limita molto le potenzialità
dei dialoghi. Allo stesso modo, non ho molta simpatia per le
incursioni in un dialogo di battute in lingua straniera, o comunque
solo in episodi particolari.
Ma su questo ritorneremo...
Vedi... non sono d'accordo...o almeno non completamente
RispondiEliminami ritrovo nella definizione della coerenza interna, e anche nel non voler trovare il pelo nell'uovo a tutti i costi. Ma un vero autore per far ritrovare effettiva coerenza interna al lettore nei propri scritti deve comunque documentarsi in maniera che gli eventi descritti, per quanto mirabolanti possano sembrare, conservino una credibilità, un rapporto di causa-effetto riconoscibile e condivisibile. Da lettrice accanita di fantascienza e fantasy posso accettare qualsiasi mondo fittizio se sei in grado di farmelo credere e questo non può prescindere dai dettagli.
Sul fatto che un racconto deve porsi seguendo una logica condivisa: questa in effetti è una posizione più che condivisibile, quanto meno se si decide di adottare un approccio razionale (che è anche quello più difficile) allo story telling.
RispondiEliminaÈ quella parola, “documentazione”, che, come si evince da quello che ho scritto, rischia sempre di far giudicare una scrittura fiction con dei parametri errati, oppure, vedendola dall’altra parte, può far shiftare una fiction in una scrittura documentaristica, appunto, interessante fin che si vuole, ma che si pone in una terra di confine che alla fine non convince.
Perché le domande, e le varie questioni, che sorgono sono tante, e si ingarbugliano l’una nell’altra: stai facendo fiction oppure stai descrivendo la realtà? Stai facendo scrittura di genere oppure mainstream? Vuoi intrattenere facendo del puro escapismo oppure vuoi dire qualcosa sulla realtà che ti circonda? E se è vero il secondo caso, a che livello? Metaforico oppure letterale? E in che misura? E ci sono degli agganci che permettono al lettore di sciogliere la metafora oppure ci si affida alle sue personali inclinazioni? E ancora… okay, you see what I mean.
Poi, intendiamoci, ognuna di queste posizioni è legittima e avrà il suo pubblico, però bisogna fare una, seppur velata, o codificata, dichiarazione d’intenti, altrimenti i conti non tornano più… o più precisamente si rischia questo paradosso: se uno scrittore X scrive un racconto Y ambientata in una città Z, e questa città Z non è la città reale, magari omonima, ma è prodotta in ultima analisi da suggestioni personali che lo hanno indotto ad adottare tale città come sfondo, dove va a documentarsi? Come può esistere un articolo, poniamo, di Wikipedia, su tale città, prima che l’autore la descriva?
naturalmente tutto ciò che hai scritto sino ad ora è assolutamente condivisibile... quantunque il mio dubbio di fondo rimanga: può veramnete un autore per essere effettivamente efficace nel trasmettere la sensazione che col suo scritto vuole evocare, trascendere dai dettagli. L'impressione a parte quella che gli storici dell'arte attribuiscono a un determinato nucleo di artisti francesi e non, non la dà solo l'idea generale e fumosa... ma bensì i dettagli. Il dettaglio è quello che differenzia le persone le une dalle altre, un piatto da fast food da un manicaretto da ristorante quattro stelle Michelin... dammi della buona letteratura, come quella che ho già visto qui e non mi troverai mai sazia.
RispondiEliminaSecondo me il nostro discorso qui si sdoppia: da una parte c’è la questione dei singoli dettagli, che, sono assolutamente d’accordo, ci devono essere per conferire compattezza alla storia, e la cui verosimiglianza deve essere valutata caso per caso, dal momento che ciò che è verosimile per me potrebbe non esserlo per altri, e viceversa, dall’altra il problema più generale di dove andare a ricavare tali dettagli, questione che solleva tutta una serie di ambiguità non indifferenti. Una soluzione, provvisoria fin che si vuole, potrebbe essere quella di seguire le regole narratologiche per scrivere una buona storia, senza preoccuparsi più di tanto ella precisione storica dei dettagli, dal momento che, se si fa fiction, si sta comunque descrivendo una vera e propria realtà parallela.
RispondiEliminaCaro Hoodlum, stai divagando... ;-)
RispondiEliminae letterariamente mi hai risposto con una supercazzola di cinematografica (Amici Miei) memoria. A questo tuo post chiaramente mi vedo costretta a rispondere che per quanto essenziale sia una buona storia, un buon intreccio, dei personaggi credibili, tutti questi elementi vanno inseriti nel giusto ambiente per risultare efficaci... e il giusto ambiente non può prescindere dai dettagli.