Visualizzazione post con etichetta Rocking Book – recensioni di libri sul rock ma non solo. Mostra tutti i post
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sabato 30 marzo 2013

No irish, no blacks, no dogs, di Johnny Rotten (1993)



Quando si scrive di punk attitude, bisogna sapere che purtroppo oggigiorno ci si limita molto nel praticarla, consapevoli – probabilmente - del problema di definire esattamente il concetto. Si sa però da dove nasce, almeno in parte: ovvero dai Sex Pistols, per il loro approccio minimale ma allo stesso tempo urtante nel modulare gli stilemi pop, e dal loro influsso che hanno avuto sul rock e sul metal successivo, e quello che colpisce, al di là della fascinazione che si può avere per la mitologia dei singoli personaggi, era l'idea che sé: quattro individui  che si uniscono in una sala prove e che allo stesso tempo danno il la a un gruppo di successo e a una moda giovanile. A tutt'oggi, parte della storia non è stata ancora chiarita, certi passaggi rimangono nell'ombra, come sempre in storie di questo tipo, e le voci dei protagonisti spesso sono troppo frammentarie ed egotiche per darne una testimonianza veramente oggettiva. Ma la curiosità rimane, almeno, a me è rimasta, e per cui dopo i vari Great Rock'n Roll Swindle, a mio parere deludente, e The Filth and the Fury, molto più interessante, e un libretto di molto puntuale e preciso, ho deciso di buttarmi nella lettura dell'autobiografia del leader dei Sex Pistols Johnny Lydon in arte Rotten, senza sapere bene cosa aspettarmi, un paio di interviste che avevo visto in precedenza non mi avevano detto molto del personaggio. Per cui partiamo con l'autobiografia.

No irish, no blacks, no dogs ne funge da titolo, e questo già la dice lunga su come si presenta il volume. Ventitré segmenti – non capitoli – la maggior parte dei quali affidati alla voce del protagonista, altri dove comprimari più o meno di lusso partecipano per dire la loro, come fanno tra l'altro in citazione nel testo. Come al solito per lavori di questo genere si parla: dell'infanzia e dell'adolescenza del protagonista, del suo incontro con la musica, la descrizione del sottobosco underground, dei giorni del successo e infine della situazione odierna. C'è un tentativo, meno riuscito di altri esempi di questo genere, di creare una forma ad anello tipicamente narrativa, con un inizio in medias res, anche se medias res qui significa il 15 gennaio 1978...

Che dire? Diciamo che il libro è un po' altalenante, ci sono dei momenti di grande coinvolgimento e momenti di stanca che si susseguono ininterrottamente, e in più lo stile generale, caotico, disordinato, non aiuta a tenere alta la concentrazione. In qualche modo l'impressione è che John Lydon avesse un sacco di cose da dire, sapesse come dirle  ma volesse a tutti i costi dare un taglio punk – e cos'altro? - al libro, e allo stesso tempo ci tenesse a spiegare la sua ideologia di fondo, fatta di tanta, tantissima individualità che a suo modo di vedere è stata distorta o non capita da quanti hanno cercato di parlare del punk in seguito – finendo per dire però più o meno lo stesse cose di questi.

I punti positivi del libro sono sicuramente la ricostruzione storica del brodo di cultura da dove sono nati i Pistols e il movimento punk, e il tentativo di dare conto della genesi del suono della band, ma come al solito Lydon è reticente, anche se meno di altri, nel scendere davvero nei particolari in questo, e onestamente stufa questa attitudine degli artisti di non sapersi spiegare e di non saper spiegare da dove esca un certo sound e certe idee. Poi ammettiamolo, un po' di ipocrisia c'è, nel senso che questa dialettica tra voler essere provocatorio ma alla fine trovarsi bene nei panni della persona di successo non sempre può essere ricomposta a dovere.

In fondo il vero successo è essere parte di un movimento, per così dire, essere lì, più che non tornare su un palco anni dopo per il Filthy Lucre Tour... o andare in televisione in qualche reality, o quello che è. Insomma, si potrebbe quasi dire che l'unica forza che veramente potrebbe opporsi al potere, e alla sua capacità di assorbire anche elementi potenzialmente pericolosi usandoli come strumenti di marketing, sarebbe proprio considerare il successo individuale come un second best, e il rimanere anonimi dentro un movimento il vero successo. Ma qui vado fuori tema... o forse no?

In realtà forse no, perché è Lydon che parla tantissimo di individualità come termine infinito-positivo, anche contro il rock stesso.

Invece è notevole quando si leggono passaggi in cui Lydon spiega che se le sessioni di registrazione di Never mind the bollocks fossero andate come voleva lui l’album sarebbe stato inascoltabile, perché non avrebbe ricordato niente all’ascoltatore medio, e che soltanto in seguito ha imparato che non si può andare completamente "nello spazio", parole sue, e che bisogna per forza trovare un compromesso. Si può interpretare in vari modi queste parole, ma forse è il caso di dire questo: che qui Johnny Rotten, purtroppo, si sbaglia. Il problema infatti non è andare o no “nello spazio”: mai sottovalutare la propensione della gente a usare i loro ascolti, o letture, o film, per costruirsi un'immagine invece che per intrattenimento, anche se non puro. Non si spiegherebbero i successi, per quanto di nicchia, di “musicisti”, i nomi li conoscete, che non riescono a mettere insieme una melodia nemmeno dopo dieci giri di joint, ma che fanno tanto intellettual – decadent – postmodernist – shit se uno li ascolta. Il discrimine infatti è da situarsi altrove: andare completamente nello spazio è molto più facile che non ancorarsi a dei punti di riferimento.

Che dire? Da leggere per documentazione su quanto accadde in quegli anni a Londra, e sui Sex Pistols, ma da un punto di vista strettamente narrativo lascia un po' a desiderare, non attira come dovrebbe e arrivati a un certo punto, più o meno a metà del libro, viene voglia di lasciar perdere o al massimo di leggere un po' a spizzichi e bocconi...Tuttavia appeal questo libro ne ha, e sta in gran parte negli spunti di riflessione che offre, che sono tanti e tutti di notevole spessore. Per cui..



giovedì 14 marzo 2013

Dave Mustaine – A Life in Metal (2010)



Okay, innanzitutto diciamo pure che ormai è ufficiale: il capitalismo ha inglobato tutto e qualunque cosa. Quindi ormai può essere un prodotto da vendere anche la storia di un cantante/chitarrista di un gruppo thrash metal. Ma del resto, anche il thrash metal è ormai un prodotto da vendere – anzi, lo è sempre stato. Comunque, passando alla storia vera e propria, il volume, sul quale sopra una lista di tutte gli interessanti, avvincenti avvenimenti accaduti nella vita privata di mr Mustaine si legge, nell’edizione inglese, a compelling reading, di fatto non convince appieno.
La struttura è quella a cui ci hanno abituato progetti simili da tempo ormai, quindi un inizio che parte dai giorni in cui è ambientata la stesura del libro, dato come uno status quo non più soggetto a cambiamenti, e in effetti già questo a ben vedere è sospetto, anche se qui in realtà si parte dallo scioglimento dei Megadeth del 2004, poi si comincia: dalla descrizione dell’infanzia difficile di Dave, alle sue prime avventure nel mondo della musica, all’incontro con i Metallica, e naturalmente l’avventura Megadeth, fino a ricongiungersi con l’inizio per l’happy ending. La scrittura è scorrevole e precisa, gli episodi si susseguono intervallati da qualche momento di riflessione, e se si inizia a leggere si arriva ad aver consumato un centinaio di pagine senza accorgersene.
Solo che questo non è un pregio.
In un certo senso, a lettura inoltrata, si avverte come un senso di disagio, come se mancasse qualcosa. E quello che manca, paradossalmente, è proprio la musica, sostituita dall’enorme ego di mr Mustaine.
Parte qui una piccola digressione: Mustaine, se letto dai giornali o visto nei concerti tutto sommato risulta simpatico nella sua aggressività belligerante  e ne esce un po’ come un personaggio da fumetto, larger than life, per intenderci, quando invece si mette allo scoperto in una biografia mostra tutti i suoi limiti e difetti, risultando alla fine sgradevole. Certo, la sua non è stata una vita facile, anche se come direbbe lui un payoff c’è stato; solo che in effetti leggendo le sue considerazione si capisce come la gavetta può portare in alto, ma al prezzo di non avere gli strumenti per una reale comprensione della realtà. Comprensione della realtà che per uno che scrive testi sarebbe preziosa. E poi francamente c’è un edonismo, una ricerca sfrenata del piacere, che dopo un po’ risulta nauseante. E un po’ troppo vicina a certi comportamenti che il pubblico italiano ha visto molto da vicino, anche se non da una rockstar, ultimamente. Eppure il parallelismo, quando si tratta di matrice ideologica, se così si può dire, emerge.
Ma il problema qui non sono le considerazione etico morali, o moraliste a dir si voglia: il problema è che per descrivere questo o quell’eccesso, questa o quella ubriacatura, ciò che finisce nel dimenticatoio è proprio il motivo per il quale qualcuno dovrebbe comprare un libro come questo, ovvero la musica. Davvero troppo scarsi – in realtà inesistenti – sono gli aneddoti riferiti a perché un certo riff è stato scritto in quel modo; quando e attraverso quali passaggi Mustaine ha elaborato il suo personale modo di interpretare i giri thrash, più lineari nei Metallica, poi sempre più elaborati nei Megadeth; come sono state scritte le canzoni più significative del gruppo; qual è il significato ultimo dei loro testi. Personalmente avrei adorato una lettura di questo tipo, e non avere trovato niente del genere ha alimentato una certa delusione.
Insomma, ho capito che a Mustaine sono capitate delle cose avvincenti e interessanti – di fatto lo dico senza un filo di ironia, è chiaro che uno si schiera dalla sua parte per quanto riguarda la sua infanzia o il modo, francamente disgustoso, di come è stato trattato dai Metallica – tuttavia, alla fine non sono le canzoni – le sue canzoni – a essere ancora più avvincenti e interessanti, e oltretutto lo specchio di tali avvenimenti?