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lunedì 16 settembre 2013

3 film sul rock

Nel tentativo di abbozzare un database di film sul rock si capisce che in realtà il compitononè affatto semplice. Infatti, tra film che vedono nel cast musicisti rock prestati al cinema, gialli ambientati nel mondo del rock, film biografie oppure semplicemente film che vogliono essere dei documentari sul rock, i titoli abbondano. Eppure, l’impressione è che, sotto sotto, tra cinema e rock in realtà non ci sia tutta questa amicizia. È raro infatti che in un film, un rockettaro sia il protagonista, o quanto meno un personaggio positivo. Anche negli anni Ottanta, quando, complice lo status di mainstream di rock e heavy metal, un certo tipo di look era facilmente riconoscibile anche dai non addetti ai lavori, spesso il fautore di musica dura era visto come sospetto, quando non diventava, come in Trick or Treat del 1986 (starring Ozzy Osbourne e Gene Simmons) il nemico del protagonista, e un nemico sovrannaturale per di più. Per non parlare poi dell’incontro, o più spesso scontro, tra rock e serie televisive.

Invece, i tre titoli che vorrei introdurre, brevemente, qui, ovvero Prey for Rock & Roll (Alex Steyermark, USA 2003), Club Dread (Jay Chandrasekhar, USA 2004) e Detroit Rock City (Adam Rifkin, USA 1999) utilizzano il rock in modo molto più rispettoso e benevolo.


Prey for Rock and Roll è la storia, scritta in modo semi-autobiografico da Cheri Lovedog (una che di giri di pista ne ha fatti parecchi, in effetti, andate a verificare in rete, ecco qui un breve assaggio: "dopo un'adolescenza poco emozionante, che non s
Immagine in linea 2i è conclusa con un diploma, Cheri si è arruolata nella Guardia Costiera degli Stati Uniti, dove è stata addestrata per operazioni di salvataggio e di ordine pubblico, e in base alla regola d'oro che non si può mai stare con le mani in mano su una nave. Dopo il suo congedo con onore dalla carriera militare si è trasferita a Hollywood per intraprendere un'altra onorevole carriera, quella del Rock and Roll, mantendendosi anche come cameriera e barista. Anche se la sua band non ha mai fatto le cose in grande, hanno aperto per tutti coloro che lo hanno fatto: TSOL, Guns and Roses, L7, LA Guns, Janes Addiction, X, Hole, scrivendo nel frattempo anche per la rivista locale Rock Review. Poi, purtroppo, è arrivato il momento di mettere da parte la chitarra, Cheri si è trasferita a Santa Cruz con l'intento di scrivere sul serio, e per potersi comprare quaderni e matite numero 2, perché lo fa alla vecchia maniera, ha aperto uno studio di tatuaggi"[1]), di una all-female punk rock band della Los Angeles dei tardi anni Ottanta. La protagonista, interpretata da Gina Gershon, sta per arrivare alla fatidica soglia dei quaranta e, dal momento che la band stenta a decollare, la tentazione di mollare tutto è forte. Eppure, nonostante avvenimenti drammatici – che trascendono, e meno male, i classici stereotipi del rock – alla fine la passione prevarrà.

Immagine in linea 1Club Dread è una commedia horror molto poco impegnata in cui il legame con la musica è a dir poco tenue, la segnalo però perché uno dei protagonisti, interpretato da Bill Paxton, è una rockstar in disarmo che però non ha affatto dei rimpianti sul suo passato da musicista ferociously stoned, come direbbe Lemmy.

Immagine in linea 3Ma il migliore del lotto, per me, è proprio Detroit Rock City: quattro ragazzi di Cleveland devono affrontare mille peripezie – tra parrucconeintegraliste, seguaci della disco, biglietti persi chissà dove – per riuscire ad andare a vedere i Kiss a Detroit. Ci riusciranno, e alla fine uno di loro riuscirà anche a procurarsi un trofeo della serata. Da segnalare poi la colonna sonora, punteggiata da grandi titoli come Iron Man dei Black Sabbath o Lights Out degli UFO.

[1]http://www.imdb.com/name/nm1118858/bio?ref_=nm_ov_bio_sm

venerdì 5 aprile 2013

Georgia, di Ulu Grosbard (1995)


Georgia è un film indipendente - leggi, mal scritto e mal diretto - che cerca di raccontare la storia di Sadie Flood, una punk rocker che cerca di farcela nel circuito del rock indipendente nei primi anni degli anni Novanta in quel di Seattle, senza avere un grande talento da opporre e per di più impersonando un po’ troppo la vita autodistruttiva di un certo modo di vedere le rockstar – quello più genuino in realtà. Inoltre, la poveretta è la sorella di una cantante country di grande successo.

Insomma i presupposti per una grande storia c’erano un po’ tutti: la vita ai margini, la ricerca del successo svolta in questa sorta di terra di nessuno dove si muovono i gruppi che stanno facendo la gavetta molto probabilmente per non finire mai di farla, il contrasto tra chi il talento ce l’ha e chi non ce l’ha, tra l’altro all’interno della propria famiglia – che comunque non è che in fondo Sadie sia dipinta con una voce molto inferiore a quella della sorella, soltanto ha un registro differente per cui a quel punto se la giocano un po’ alla pari, l’abuso di droga e di alcool, questo un po’ un clichè in realtà.

Che dire, ero molto interessato a vedere questo film, per via di alcune tematiche che  trovo molto stimolanti, ma devo dire che sono rimasto molto deluso. In parte questo è dovuto al fatto che il film fa muovere la trama non tanto sulle scene ma sui dialoghi, in pratica i personaggi vanno e vengono all’interno della storia rivelando quello che sono e quello che fanno dicendoselo a vicenda, spesso in scene totalmente statiche. E quindi anche inquadrature suggestive – l’interno dei locali della provincia americana, le location dei concerti che comunque sono inquadrature storiche, se capite quello che voglio dire – perdono parecchio del loro fascino. In parte per la lentezza, che è anche un po’ la conseguenza di quello che si diceva prima

Telefonata poi la questione della relazione di Sadie con un partner più giovane.

Senza contare che la sorella non vede affatto Sadie come qualcuno schiacciato dal suo talento, ma ne ha un’opinione non del tutto chiara, comportandosi in modo contraddittorio, in parte la teme per la sua autodistruzione, un po’ la commisera, ma senza dipanare esattamente i suoi sentimenti, in modo che il regista non riesce a creare quello che poteva essere interessante, una sorta di binary opposition fra le due cioè: insomma una dinamica dove tutta la forza sta nella parte della tradizionalista sia nella musica che nel look Georgia e tutta la debolezza nella più aggressiva e graffiante Sadie, un po’ questo c’è e un po’ no, e questo non fa acquistare profondità alla storia, ma solo confusione.

E comunque, tutto questo perde interesse nel momento in cui la storia prende una direzione dritta verso il clichè di cui si diceva, quando cioè Sadie, provando e riprovando, riesce quasi a raggiungere quello che cerca, ma se lo fa sfuggire per colpa delle sue dipendenze.

In conclusione, direi che in fondo questo film può mancare anche nella filmografia di un appassionato del genere rock…




giovedì 14 marzo 2013

Rock Star, di Stephen Herek (2001)

Allora, il film è bello, ben fatto, la sceneggiatura scorre, non è il massimo dell'imprevedibilità but who's complaining, era abbastanza prevedibile che fosse prevedibile, anche se forse un paio di trovate sono buttate un po' lì, il cast all'altezza, la colonna sonora notevole.
Il problema però è che a ben vedere si tratta di un film molto più ambiguo di quanto possa sembrare a prima vista – anche se di un'ambiguità un po' superficiale, e tesa a far procedere il plot. Non del tutto però, ma di questo ne riparleremo.
Intanto, passando al film vero e proprio, c'è da dire che all'inizio affronta una tematica non del tutto scontata: i rischi dell'emulazione, anzi in questo frangente dell'identificazione totale, del fan con il suo idolo del momento, ed è un fenomeno tutt'altro che raro – e non privo di rischi. Anche se qui al protagonista va di lusso: visto che la sua identificazione non è solo formale ma sostanziale, nel senso che le sue doti tecnico-esecutive sono addirittura maggiori di quelle del suo idolo, un po' come era accaduto alle controparti reali della storia, ovvero Rob Halford e Ripper Owens (intendiamoci, Halford è Halford, però sul piano strettamente esecutivo Owens ha qualcosa di eccezionale, peccato che la cosa poi si fermi lì quando si tratta di songwriting) effettivamente diventa il suo idolo, nel senso che ne prende il posto.
A questo punto però la problematica identificazione viene superata, anche se non risolta, e al suo posto subentra un'altra, spinosa, tematica: la realtà della vita nel rock'n roll. Riuscirà il nostro eroe a diventare effettivamente una rockstar? La risposta che il film dà è no, ma non nel senso di un'incapacità del protagonista, anche se finirà per farsi travolgere dalla decadenza insita nel rock – almeno agli occhi di qualcuno, non è detto che sia la realtà sempre e comunque - ma  perché il protagonista non riesce a capire prima e adattarsi poi al fatto che in fondo è uscito da una azienda, quella dove stava prima a fare fotocopie, per entrarne in un'altra, sempre per fare delle fotocopie anche se sonore questa volta. Volendo mandare avanti il gruppo in chiave aziendalista e produttivista, i membri storici infatti gli tagliano le gambe sotto il profilo del songwriting e questo manda il protagonista nel pallone, e, infine, ne decreterà l'uscita dal gruppo e il ritorno di Halford, ehm, no, di Beers. Un po' come è avvenuto nella vera storia dei Priest, e degli Iron Maiden, su tutti gli schemi e quasi in contemporanea.
E con questo si arriva alla conclusione, il nostro eroe – e qui la realtà e la finzione divergono – recupera i contatti con i suoi vecchi amici e si inventa un gruppo non più hard rock ma più acustico e intimista, oltre che abbandonare uno stile di vita autodistruttivo.  Vale a dire, se da una parte gli Steel Dragon proponevano uno stile di vita ribelle – quindi con un tratto anti-establishment – ma un modello aziendalista di produzione musicale – quindi conservatore, il nuovo gruppo è sì più libero – quindi, con tutte le cautele del caso, progressista – ma allo stesso tempo in una cornice più tradizionale, quindi più conservatrice. E se può darsi che invece lo schema sex and drugs qui venga modulato in chiave conservatrice – visto l'epoca può essere benissimo, allo stesso tempo non è esplicito se il nuovo gruppo sia più o meno sganciato dalle logiche degli Steel Dragon stessi. Insomma, le varie tematiche si aggregano in nodi difficili da sciogliere. Nel senso, cosa vuole dire il flm? Che il rock'n roll è troppo ribelle e troppo pericoloso? Molto meglio quindi un gruppo rock acustico, anche se con un look più tradizionale e conservatore? E allora, il fatto che gli Steel Dragon fossero una sorta di fabbrica? Non era quello un modello tradizionale e conservatore? Oppure si torna indietro, al primo problema, ovvero al trovare la propria individualità, e tutto il resto era solo una conseguenza logica?
Se dovessi dare una risposta a tutto questo vortice di domande, risponderei così: in ultima analisi, quello che stava a cuore a chi a scritto il plot era l'individualità del protagonista, che può arrivare al successo – essere un winner, cosa di capitale importanza nel mondo statunitense – proprio mantenendo intatta la sua individualità, uscendo da uno stato di minoranza attraverso un rito di iniziazione, quello dell'esperienza di militare in una band hard rock che invece rimane ossessivamente attaccata alle sue abitudini decadenti e condannabili. Mentre non è condannabile – o quanto meno non del tutto - il fatto che questi per rimanere quello che sono si comportino come dei dittatori – o dei tycoon finanziari.
Eppure, anche così, una certa ambiguità di fondo rimane, come si diceva, e tutto sommato questo piace: evidentemente quando si tocca con mano il mondo del rock'n roll, non tutto è matematicizzabile e spiegabile. E di questi tempi non è poco.
Perché tutto sommato l'individualità, quando si tratta di rock'n roll, è molto più importante di quanto si creda, anche quando, magari, si è su un palco, o nella propria camera, a imitare il proprio idolo, non importa se sia Rob Halford, Ripper Owens, Bruce Dickinson o Blaze Bayley...