giovedì 14 marzo 2013

Rock Star, di Stephen Herek (2001)

Allora, il film è bello, ben fatto, la sceneggiatura scorre, non è il massimo dell'imprevedibilità but who's complaining, era abbastanza prevedibile che fosse prevedibile, anche se forse un paio di trovate sono buttate un po' lì, il cast all'altezza, la colonna sonora notevole.
Il problema però è che a ben vedere si tratta di un film molto più ambiguo di quanto possa sembrare a prima vista – anche se di un'ambiguità un po' superficiale, e tesa a far procedere il plot. Non del tutto però, ma di questo ne riparleremo.
Intanto, passando al film vero e proprio, c'è da dire che all'inizio affronta una tematica non del tutto scontata: i rischi dell'emulazione, anzi in questo frangente dell'identificazione totale, del fan con il suo idolo del momento, ed è un fenomeno tutt'altro che raro – e non privo di rischi. Anche se qui al protagonista va di lusso: visto che la sua identificazione non è solo formale ma sostanziale, nel senso che le sue doti tecnico-esecutive sono addirittura maggiori di quelle del suo idolo, un po' come era accaduto alle controparti reali della storia, ovvero Rob Halford e Ripper Owens (intendiamoci, Halford è Halford, però sul piano strettamente esecutivo Owens ha qualcosa di eccezionale, peccato che la cosa poi si fermi lì quando si tratta di songwriting) effettivamente diventa il suo idolo, nel senso che ne prende il posto.
A questo punto però la problematica identificazione viene superata, anche se non risolta, e al suo posto subentra un'altra, spinosa, tematica: la realtà della vita nel rock'n roll. Riuscirà il nostro eroe a diventare effettivamente una rockstar? La risposta che il film dà è no, ma non nel senso di un'incapacità del protagonista, anche se finirà per farsi travolgere dalla decadenza insita nel rock – almeno agli occhi di qualcuno, non è detto che sia la realtà sempre e comunque - ma  perché il protagonista non riesce a capire prima e adattarsi poi al fatto che in fondo è uscito da una azienda, quella dove stava prima a fare fotocopie, per entrarne in un'altra, sempre per fare delle fotocopie anche se sonore questa volta. Volendo mandare avanti il gruppo in chiave aziendalista e produttivista, i membri storici infatti gli tagliano le gambe sotto il profilo del songwriting e questo manda il protagonista nel pallone, e, infine, ne decreterà l'uscita dal gruppo e il ritorno di Halford, ehm, no, di Beers. Un po' come è avvenuto nella vera storia dei Priest, e degli Iron Maiden, su tutti gli schemi e quasi in contemporanea.
E con questo si arriva alla conclusione, il nostro eroe – e qui la realtà e la finzione divergono – recupera i contatti con i suoi vecchi amici e si inventa un gruppo non più hard rock ma più acustico e intimista, oltre che abbandonare uno stile di vita autodistruttivo.  Vale a dire, se da una parte gli Steel Dragon proponevano uno stile di vita ribelle – quindi con un tratto anti-establishment – ma un modello aziendalista di produzione musicale – quindi conservatore, il nuovo gruppo è sì più libero – quindi, con tutte le cautele del caso, progressista – ma allo stesso tempo in una cornice più tradizionale, quindi più conservatrice. E se può darsi che invece lo schema sex and drugs qui venga modulato in chiave conservatrice – visto l'epoca può essere benissimo, allo stesso tempo non è esplicito se il nuovo gruppo sia più o meno sganciato dalle logiche degli Steel Dragon stessi. Insomma, le varie tematiche si aggregano in nodi difficili da sciogliere. Nel senso, cosa vuole dire il flm? Che il rock'n roll è troppo ribelle e troppo pericoloso? Molto meglio quindi un gruppo rock acustico, anche se con un look più tradizionale e conservatore? E allora, il fatto che gli Steel Dragon fossero una sorta di fabbrica? Non era quello un modello tradizionale e conservatore? Oppure si torna indietro, al primo problema, ovvero al trovare la propria individualità, e tutto il resto era solo una conseguenza logica?
Se dovessi dare una risposta a tutto questo vortice di domande, risponderei così: in ultima analisi, quello che stava a cuore a chi a scritto il plot era l'individualità del protagonista, che può arrivare al successo – essere un winner, cosa di capitale importanza nel mondo statunitense – proprio mantenendo intatta la sua individualità, uscendo da uno stato di minoranza attraverso un rito di iniziazione, quello dell'esperienza di militare in una band hard rock che invece rimane ossessivamente attaccata alle sue abitudini decadenti e condannabili. Mentre non è condannabile – o quanto meno non del tutto - il fatto che questi per rimanere quello che sono si comportino come dei dittatori – o dei tycoon finanziari.
Eppure, anche così, una certa ambiguità di fondo rimane, come si diceva, e tutto sommato questo piace: evidentemente quando si tocca con mano il mondo del rock'n roll, non tutto è matematicizzabile e spiegabile. E di questi tempi non è poco.
Perché tutto sommato l'individualità, quando si tratta di rock'n roll, è molto più importante di quanto si creda, anche quando, magari, si è su un palco, o nella propria camera, a imitare il proprio idolo, non importa se sia Rob Halford, Ripper Owens, Bruce Dickinson o Blaze Bayley...

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