venerdì 5 aprile 2013

Georgia, di Ulu Grosbard (1995)


Georgia è un film indipendente - leggi, mal scritto e mal diretto - che cerca di raccontare la storia di Sadie Flood, una punk rocker che cerca di farcela nel circuito del rock indipendente nei primi anni degli anni Novanta in quel di Seattle, senza avere un grande talento da opporre e per di più impersonando un po’ troppo la vita autodistruttiva di un certo modo di vedere le rockstar – quello più genuino in realtà. Inoltre, la poveretta è la sorella di una cantante country di grande successo.

Insomma i presupposti per una grande storia c’erano un po’ tutti: la vita ai margini, la ricerca del successo svolta in questa sorta di terra di nessuno dove si muovono i gruppi che stanno facendo la gavetta molto probabilmente per non finire mai di farla, il contrasto tra chi il talento ce l’ha e chi non ce l’ha, tra l’altro all’interno della propria famiglia – che comunque non è che in fondo Sadie sia dipinta con una voce molto inferiore a quella della sorella, soltanto ha un registro differente per cui a quel punto se la giocano un po’ alla pari, l’abuso di droga e di alcool, questo un po’ un clichè in realtà.

Che dire, ero molto interessato a vedere questo film, per via di alcune tematiche che  trovo molto stimolanti, ma devo dire che sono rimasto molto deluso. In parte questo è dovuto al fatto che il film fa muovere la trama non tanto sulle scene ma sui dialoghi, in pratica i personaggi vanno e vengono all’interno della storia rivelando quello che sono e quello che fanno dicendoselo a vicenda, spesso in scene totalmente statiche. E quindi anche inquadrature suggestive – l’interno dei locali della provincia americana, le location dei concerti che comunque sono inquadrature storiche, se capite quello che voglio dire – perdono parecchio del loro fascino. In parte per la lentezza, che è anche un po’ la conseguenza di quello che si diceva prima

Telefonata poi la questione della relazione di Sadie con un partner più giovane.

Senza contare che la sorella non vede affatto Sadie come qualcuno schiacciato dal suo talento, ma ne ha un’opinione non del tutto chiara, comportandosi in modo contraddittorio, in parte la teme per la sua autodistruzione, un po’ la commisera, ma senza dipanare esattamente i suoi sentimenti, in modo che il regista non riesce a creare quello che poteva essere interessante, una sorta di binary opposition fra le due cioè: insomma una dinamica dove tutta la forza sta nella parte della tradizionalista sia nella musica che nel look Georgia e tutta la debolezza nella più aggressiva e graffiante Sadie, un po’ questo c’è e un po’ no, e questo non fa acquistare profondità alla storia, ma solo confusione.

E comunque, tutto questo perde interesse nel momento in cui la storia prende una direzione dritta verso il clichè di cui si diceva, quando cioè Sadie, provando e riprovando, riesce quasi a raggiungere quello che cerca, ma se lo fa sfuggire per colpa delle sue dipendenze.

In conclusione, direi che in fondo questo film può mancare anche nella filmografia di un appassionato del genere rock…




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