Quando si scrive di punk attitude, bisogna sapere che
purtroppo oggigiorno ci si limita molto nel praticarla, consapevoli –
probabilmente - del problema di definire esattamente il concetto. Si sa però da
dove nasce, almeno in parte: ovvero dai Sex Pistols, per il loro approccio
minimale ma allo stesso tempo urtante nel modulare gli stilemi pop, e dal loro
influsso che hanno avuto sul rock e sul metal successivo, e quello che
colpisce, al di là della fascinazione che si può avere per la mitologia dei
singoli personaggi, era l'idea che sé: quattro individui che si uniscono in una sala prove e che allo
stesso tempo danno il la a un gruppo di successo e a una moda giovanile. A
tutt'oggi, parte della storia non è stata ancora chiarita, certi passaggi
rimangono nell'ombra, come sempre in storie di questo tipo, e le voci dei
protagonisti spesso sono troppo frammentarie ed egotiche per darne una
testimonianza veramente oggettiva. Ma la curiosità rimane, almeno, a me è
rimasta, e per cui dopo i vari Great Rock'n Roll Swindle, a mio parere
deludente, e The Filth and the Fury, molto più interessante, e un libretto di
molto puntuale e preciso, ho deciso di buttarmi nella lettura
dell'autobiografia del leader dei Sex Pistols Johnny Lydon in arte Rotten,
senza sapere bene cosa aspettarmi, un paio di interviste che avevo visto in
precedenza non mi avevano detto molto del personaggio. Per cui partiamo con
l'autobiografia.
No irish, no blacks, no dogs ne funge da titolo, e questo
già la dice lunga su come si presenta il volume. Ventitré segmenti – non
capitoli – la maggior parte dei quali affidati alla voce del protagonista,
altri dove comprimari più o meno di lusso partecipano per dire la loro, come
fanno tra l'altro in citazione nel testo. Come al solito per lavori di questo
genere si parla: dell'infanzia e dell'adolescenza del protagonista, del suo incontro
con la musica, la descrizione del sottobosco underground, dei giorni del
successo e infine della situazione odierna. C'è un tentativo, meno riuscito di
altri esempi di questo genere, di creare una forma ad anello tipicamente
narrativa, con un inizio in medias res, anche se medias res qui significa il 15
gennaio 1978...
Che dire? Diciamo che il libro è un po' altalenante, ci sono
dei momenti di grande coinvolgimento e momenti di stanca che si susseguono
ininterrottamente, e in più lo stile generale, caotico, disordinato, non aiuta
a tenere alta la concentrazione. In qualche modo l'impressione è che John Lydon
avesse un sacco di cose da dire, sapesse come dirle ma volesse a tutti i costi dare un taglio
punk – e cos'altro? - al libro, e allo stesso tempo ci tenesse a spiegare la
sua ideologia di fondo, fatta di tanta, tantissima individualità che a suo modo
di vedere è stata distorta o non capita da quanti hanno cercato di parlare del
punk in seguito – finendo per dire però più o meno lo stesse cose di questi.
I punti positivi del libro sono sicuramente la ricostruzione
storica del brodo di cultura da dove sono nati i Pistols e il movimento punk, e
il tentativo di dare conto della genesi del suono della band, ma come al solito
Lydon è reticente, anche se meno di altri, nel scendere davvero nei particolari
in questo, e onestamente stufa questa attitudine degli artisti di non sapersi
spiegare e di non saper spiegare da dove esca un certo sound e certe idee. Poi
ammettiamolo, un po' di ipocrisia c'è, nel senso che questa dialettica tra
voler essere provocatorio ma alla fine trovarsi bene nei panni della persona di
successo non sempre può essere ricomposta a dovere.
In fondo il vero
successo è essere parte di un movimento, per così dire, essere lì, più che non
tornare su un palco anni dopo per il Filthy Lucre Tour... o andare in
televisione in qualche reality, o quello che è. Insomma, si potrebbe quasi dire
che l'unica forza che veramente potrebbe opporsi al potere, e alla sua capacità
di assorbire anche elementi potenzialmente pericolosi usandoli come strumenti
di marketing, sarebbe proprio considerare il successo individuale come un
second best, e il rimanere anonimi dentro un movimento il vero successo. Ma qui
vado fuori tema... o forse no?
In realtà forse no, perché è Lydon che parla tantissimo di
individualità come termine infinito-positivo, anche contro il rock stesso.
Invece è notevole quando si leggono passaggi in cui Lydon
spiega che se le sessioni di registrazione di Never mind the bollocks fossero
andate come voleva lui l’album sarebbe stato inascoltabile, perché non avrebbe
ricordato niente all’ascoltatore medio, e che soltanto in seguito ha imparato
che non si può andare completamente "nello spazio", parole sue, e che bisogna per forza
trovare un compromesso. Si può interpretare in vari modi queste parole, ma
forse è il caso di dire questo: che qui Johnny Rotten, purtroppo, si sbaglia.
Il problema infatti non è andare o no “nello spazio”: mai sottovalutare la
propensione della gente a usare i loro ascolti, o letture, o film, per
costruirsi un'immagine invece che per intrattenimento, anche se non puro. Non
si spiegherebbero i successi, per quanto di nicchia, di “musicisti”, i nomi li
conoscete, che non riescono a mettere insieme una melodia nemmeno dopo dieci giri
di joint, ma che fanno tanto intellettual – decadent – postmodernist –
shit se uno li ascolta. Il discrimine infatti è da situarsi altrove: andare
completamente nello spazio è molto più facile che non ancorarsi a dei punti di
riferimento.
Che dire? Da leggere per documentazione su quanto accadde in
quegli anni a Londra, e sui Sex Pistols, ma da un punto di vista strettamente
narrativo lascia un po' a desiderare, non attira come dovrebbe e arrivati a un
certo punto, più o meno a metà del libro, viene voglia di lasciar perdere o al
massimo di leggere un po' a spizzichi e bocconi...Tuttavia appeal questo libro
ne ha, e sta in gran parte negli spunti di riflessione che offre, che sono
tanti e tutti di notevole spessore. Per cui..
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