sabato 16 marzo 2013

Balls to Picasso – Bruce Dickinson (1994)

Come si sa, ci sono degli album iperpompati, superprodotti, scritti con molto talento, che però per un motivo o per l'altro non riescono a decollare, di solito perché escono dopo un bestseller, magari un album dal vivo. Insomma, un flop quasi annunciato, come si leggeva in un articolo su un numero di Metal Shock di qualche anno fa.
Per contro ci sono degli album registrati quasi per caso, con una line up precaria e senza tanti mezzi, magari in una qualche pausa di riflessione, che per qualche motivo riescono invece a fare il botto, quanto meno, e questo è il punto fondamentale, sulla lunga distanza. Infatti, se dovessi fare una definizione di album underdog, sarebbe proprio questo: un album di un personaggio di prima grandezza, qui non si sta parlando di opere prime, che a prima vista non è un granché eppure sulla lunga distanza riesce a tenere testa, se non a superare, prodotti più pompati.
Uno di questi album è Balls to Picasso, del 1994, di un Bruce Dickinson che già stava scalpitando per uscire dai Maiden o quanto meno di allargare lo spettro dei topoi usati nella band e che quindi proprio qui cerca di sperimentare, inanellando una serie di pezzi con una quantità un po' altalenante, è vero, ma con alcune punte prestazionali di eccezione. E non sto parlando solo di Tears of the Dragon, un lento epicheggiante la cui formula verrà poi ripresa ad esempio da Man of Sorrow, da Accident of Birth del 1997 e Chemical Wedding del 1998. Ma su questo ci ritorneremo.
Bisogna prima però ricordare Gods of War, una sorta di rock'n roll scuro ed epico come solo il cantante dei Maiden  poteva cantare, e Change of Heart, un lento come Tears of the Dragon, senza la carica metal di questa ma con un fascino scuro più che apprezzabile. Per non parlare poi di Sacred Cowboy, dove Bruce si cimenta con una strofa rap di grande impatto che sfocia senza alcuna soluzione di continuità in un ritornello che più epico non si può. E così per dire, Bruce dimostra che un rocker, senza nemmeno sforzarsi più di tanto, riesce a rappare in modo mille volte più convincente dei rapper professionisti. Il resto, ripeto, tra Laughing in the hiding bush e House of the 1000 lights, è un po' altalenante, ma è un resto che tutto sommato si riesce ad ascoltare ancora e ancora, senza venire a noia.
Ed è proprio qui il punto. Uscito dai Maiden, Bruce tenterà la carta del rock alternativo, quello che aveva provato a fare con Balls to Picasso ma perdendo la componente metal e andando incontro a un flop, e così ricostruirà un gruppo simile a quello di Balls ma molto più solido, richiamando anzi nientemeno che Adrian Smith, vale a dire uno dei songwriter più brillanti dei Maiden. Il risultato sono due album eccezionali che hanno un gran successo di pubblico e di critica, che però finiscono presto nel dimenticatoio. Colpa del rientro di Bruce e Adrian nei Maiden? Forse, però la sensazione è che esclusi alcuni apici Accident of Birth e Chemical Wedding non hanno quel fascino particolare che emerge dai solchi di Balls to Picasso; non dico siano degli album usa e getta, ma insomma, dopo un po' la curiosità un po' passa, mentre con Balls to Picasso si è sicuri di avere un album che ascolto dopo ascolto fa emergere via via sempre una nuance nuova. Insomma, se partissero idealmente sulla stessa linea di partenza e la gara fosse una maratona, io punterei sull'album del 1994.
E così, il Bruce Dickinson del 1994 vince non soltanto contro i rapper, come si diceva, ma in un certo senso anche sul suo power metal dei due album seguenti – senza però negarne il valore intrinseco, intendiamoci. E alla luce di questo, e soprattutto alla luce dei risultati tutto sommato non entusiasmanti ottenuti dai Maiden della reunion, forse è un peccato che i Maiden da una parte e Bruce Dickinson/Adrian Smith dall'altra non avessero continuato sulla loro strada. Perché se Bruce Dickinson, con l'aiuto di Adrian Smith, fosse riuscito a immettere un po' di quel fascino decadente di Balls to Picasso nella formula comunque vincente di  Accident of Birth e Chemical Wedding, forse a quest'ora non ci sarebbe più hip hop, ma saremmo tornati dritti dritti alla scena NWOBHM dei primi anni Ottanta...

giovedì 14 marzo 2013

Rock Star, di Stephen Herek (2001)

Allora, il film è bello, ben fatto, la sceneggiatura scorre, non è il massimo dell'imprevedibilità but who's complaining, era abbastanza prevedibile che fosse prevedibile, anche se forse un paio di trovate sono buttate un po' lì, il cast all'altezza, la colonna sonora notevole.
Il problema però è che a ben vedere si tratta di un film molto più ambiguo di quanto possa sembrare a prima vista – anche se di un'ambiguità un po' superficiale, e tesa a far procedere il plot. Non del tutto però, ma di questo ne riparleremo.
Intanto, passando al film vero e proprio, c'è da dire che all'inizio affronta una tematica non del tutto scontata: i rischi dell'emulazione, anzi in questo frangente dell'identificazione totale, del fan con il suo idolo del momento, ed è un fenomeno tutt'altro che raro – e non privo di rischi. Anche se qui al protagonista va di lusso: visto che la sua identificazione non è solo formale ma sostanziale, nel senso che le sue doti tecnico-esecutive sono addirittura maggiori di quelle del suo idolo, un po' come era accaduto alle controparti reali della storia, ovvero Rob Halford e Ripper Owens (intendiamoci, Halford è Halford, però sul piano strettamente esecutivo Owens ha qualcosa di eccezionale, peccato che la cosa poi si fermi lì quando si tratta di songwriting) effettivamente diventa il suo idolo, nel senso che ne prende il posto.
A questo punto però la problematica identificazione viene superata, anche se non risolta, e al suo posto subentra un'altra, spinosa, tematica: la realtà della vita nel rock'n roll. Riuscirà il nostro eroe a diventare effettivamente una rockstar? La risposta che il film dà è no, ma non nel senso di un'incapacità del protagonista, anche se finirà per farsi travolgere dalla decadenza insita nel rock – almeno agli occhi di qualcuno, non è detto che sia la realtà sempre e comunque - ma  perché il protagonista non riesce a capire prima e adattarsi poi al fatto che in fondo è uscito da una azienda, quella dove stava prima a fare fotocopie, per entrarne in un'altra, sempre per fare delle fotocopie anche se sonore questa volta. Volendo mandare avanti il gruppo in chiave aziendalista e produttivista, i membri storici infatti gli tagliano le gambe sotto il profilo del songwriting e questo manda il protagonista nel pallone, e, infine, ne decreterà l'uscita dal gruppo e il ritorno di Halford, ehm, no, di Beers. Un po' come è avvenuto nella vera storia dei Priest, e degli Iron Maiden, su tutti gli schemi e quasi in contemporanea.
E con questo si arriva alla conclusione, il nostro eroe – e qui la realtà e la finzione divergono – recupera i contatti con i suoi vecchi amici e si inventa un gruppo non più hard rock ma più acustico e intimista, oltre che abbandonare uno stile di vita autodistruttivo.  Vale a dire, se da una parte gli Steel Dragon proponevano uno stile di vita ribelle – quindi con un tratto anti-establishment – ma un modello aziendalista di produzione musicale – quindi conservatore, il nuovo gruppo è sì più libero – quindi, con tutte le cautele del caso, progressista – ma allo stesso tempo in una cornice più tradizionale, quindi più conservatrice. E se può darsi che invece lo schema sex and drugs qui venga modulato in chiave conservatrice – visto l'epoca può essere benissimo, allo stesso tempo non è esplicito se il nuovo gruppo sia più o meno sganciato dalle logiche degli Steel Dragon stessi. Insomma, le varie tematiche si aggregano in nodi difficili da sciogliere. Nel senso, cosa vuole dire il flm? Che il rock'n roll è troppo ribelle e troppo pericoloso? Molto meglio quindi un gruppo rock acustico, anche se con un look più tradizionale e conservatore? E allora, il fatto che gli Steel Dragon fossero una sorta di fabbrica? Non era quello un modello tradizionale e conservatore? Oppure si torna indietro, al primo problema, ovvero al trovare la propria individualità, e tutto il resto era solo una conseguenza logica?
Se dovessi dare una risposta a tutto questo vortice di domande, risponderei così: in ultima analisi, quello che stava a cuore a chi a scritto il plot era l'individualità del protagonista, che può arrivare al successo – essere un winner, cosa di capitale importanza nel mondo statunitense – proprio mantenendo intatta la sua individualità, uscendo da uno stato di minoranza attraverso un rito di iniziazione, quello dell'esperienza di militare in una band hard rock che invece rimane ossessivamente attaccata alle sue abitudini decadenti e condannabili. Mentre non è condannabile – o quanto meno non del tutto - il fatto che questi per rimanere quello che sono si comportino come dei dittatori – o dei tycoon finanziari.
Eppure, anche così, una certa ambiguità di fondo rimane, come si diceva, e tutto sommato questo piace: evidentemente quando si tocca con mano il mondo del rock'n roll, non tutto è matematicizzabile e spiegabile. E di questi tempi non è poco.
Perché tutto sommato l'individualità, quando si tratta di rock'n roll, è molto più importante di quanto si creda, anche quando, magari, si è su un palco, o nella propria camera, a imitare il proprio idolo, non importa se sia Rob Halford, Ripper Owens, Bruce Dickinson o Blaze Bayley...

Dave Mustaine – A Life in Metal (2010)



Okay, innanzitutto diciamo pure che ormai è ufficiale: il capitalismo ha inglobato tutto e qualunque cosa. Quindi ormai può essere un prodotto da vendere anche la storia di un cantante/chitarrista di un gruppo thrash metal. Ma del resto, anche il thrash metal è ormai un prodotto da vendere – anzi, lo è sempre stato. Comunque, passando alla storia vera e propria, il volume, sul quale sopra una lista di tutte gli interessanti, avvincenti avvenimenti accaduti nella vita privata di mr Mustaine si legge, nell’edizione inglese, a compelling reading, di fatto non convince appieno.
La struttura è quella a cui ci hanno abituato progetti simili da tempo ormai, quindi un inizio che parte dai giorni in cui è ambientata la stesura del libro, dato come uno status quo non più soggetto a cambiamenti, e in effetti già questo a ben vedere è sospetto, anche se qui in realtà si parte dallo scioglimento dei Megadeth del 2004, poi si comincia: dalla descrizione dell’infanzia difficile di Dave, alle sue prime avventure nel mondo della musica, all’incontro con i Metallica, e naturalmente l’avventura Megadeth, fino a ricongiungersi con l’inizio per l’happy ending. La scrittura è scorrevole e precisa, gli episodi si susseguono intervallati da qualche momento di riflessione, e se si inizia a leggere si arriva ad aver consumato un centinaio di pagine senza accorgersene.
Solo che questo non è un pregio.
In un certo senso, a lettura inoltrata, si avverte come un senso di disagio, come se mancasse qualcosa. E quello che manca, paradossalmente, è proprio la musica, sostituita dall’enorme ego di mr Mustaine.
Parte qui una piccola digressione: Mustaine, se letto dai giornali o visto nei concerti tutto sommato risulta simpatico nella sua aggressività belligerante  e ne esce un po’ come un personaggio da fumetto, larger than life, per intenderci, quando invece si mette allo scoperto in una biografia mostra tutti i suoi limiti e difetti, risultando alla fine sgradevole. Certo, la sua non è stata una vita facile, anche se come direbbe lui un payoff c’è stato; solo che in effetti leggendo le sue considerazione si capisce come la gavetta può portare in alto, ma al prezzo di non avere gli strumenti per una reale comprensione della realtà. Comprensione della realtà che per uno che scrive testi sarebbe preziosa. E poi francamente c’è un edonismo, una ricerca sfrenata del piacere, che dopo un po’ risulta nauseante. E un po’ troppo vicina a certi comportamenti che il pubblico italiano ha visto molto da vicino, anche se non da una rockstar, ultimamente. Eppure il parallelismo, quando si tratta di matrice ideologica, se così si può dire, emerge.
Ma il problema qui non sono le considerazione etico morali, o moraliste a dir si voglia: il problema è che per descrivere questo o quell’eccesso, questa o quella ubriacatura, ciò che finisce nel dimenticatoio è proprio il motivo per il quale qualcuno dovrebbe comprare un libro come questo, ovvero la musica. Davvero troppo scarsi – in realtà inesistenti – sono gli aneddoti riferiti a perché un certo riff è stato scritto in quel modo; quando e attraverso quali passaggi Mustaine ha elaborato il suo personale modo di interpretare i giri thrash, più lineari nei Metallica, poi sempre più elaborati nei Megadeth; come sono state scritte le canzoni più significative del gruppo; qual è il significato ultimo dei loro testi. Personalmente avrei adorato una lettura di questo tipo, e non avere trovato niente del genere ha alimentato una certa delusione.
Insomma, ho capito che a Mustaine sono capitate delle cose avvincenti e interessanti – di fatto lo dico senza un filo di ironia, è chiaro che uno si schiera dalla sua parte per quanto riguarda la sua infanzia o il modo, francamente disgustoso, di come è stato trattato dai Metallica – tuttavia, alla fine non sono le canzoni – le sue canzoni – a essere ancora più avvincenti e interessanti, e oltretutto lo specchio di tali avvenimenti?