mercoledì 10 aprile 2013

Straniero in terra straniera



L’altra sera, a causa di un’improvvisa mancanza di film e serie che guardo normalmente, sono capitato su uno di quei nuovi talent show che ultimamente stanno infestando la televisione. Si tratta di “The voice”: un format in cui dei cantanti devono cantare una cover a loro scelta per novanta secondi, dopodichè se nessuno dei quattro giudici, che ascoltano l’esibizione seduti su delle poltrone che danno lo schienale al concorrente, in modo da sentirne solo la voce, preme il bottone incorporato nella poltrona che la fa girare di 180 gradi, significa che non hanno superato la prima selezione. In caso contrario, entrano a far parte della squadra allenata dal giudice che si è girato – se se ne gira più di uno, è invece il concorrente che può scegliere in che squadra entrare.
Dei quattro giudici, tre onestamente non so chi siano, due donne e un uomo comunque (l'uomo assomiglia vagamente a Jörg Michael), il quarto invece lo conosco molto bene: si tratta nientemeno che di Piero Pelù, lo storico leader dei Litfiba, gruppo di cui il giorno dopo ho buttato nelle immondizie tutto il repertorio, che avevo su vecchie cassette, perché non è possibile andare contro in questo modo a tutto quello che si è detto per anni, devo dire però molto supportivo quando si tratta di incoraggiare i cantanti in erba che si avvicendano sul palco, fiero dei suoi atteggiamenti e del suo look, totalmente rock, in parte copiato anche dagli altri giudici, visto che ovviamente a livello quanto meno intuitivo, deve essere il rock a farla da padrone. Capita l’incongruenza? Perché il fatto è che invece per tutta la serata ho potuto assistere a esibizioni di cantanti che, per primeggiare e portare a casa il risultato, dovevano essere per forza molto dotati tecnicamente, quindi con cover che andavano per la più parte dalla musica leggera, al blues al canto jazz, percepiti, a torto, come generi musicali in grado di mettere in mostra eventuali doti canore più che non altri generi. E a questo punto, però, una riflessione sorge spontanea: vi immaginate, in base a questi parametri, quanti cantanti che hanno fatto la storia del rock sarebbero stati mandati a casa? Se dovessi fare dei nomi, potrei sicuramente dire Johnny Rotten, Glenn Danzig, Kurt Cobain, Ozzy Osbourne, Lemmy, James Hetfield e Dave Mustaine e perché no, magari lo stesso Piero Pelù, ossia performer di sicuro impatto, carisma, fascino e riconoscibilità, ma non sicuramente dotati di una voce particolarmente tecnica – e proprio per questo adattissima al rock.
Perché parliamoci chiaro, non si può venir selezionati per cantare rock, si uccide tutto lo spirito: io devo andare a cantare rock perché me la sento, non perché ne sono capace – dopodichè se vi fa cagare la mia voce fottetevi, anzi, tanto meglio. E se pensate che non sia così perché ci sono un sacco di cantanti metal, al di quelli che ho nominato prima, che hanno una tecnica stratosferica, beh, è vero, ce l’hanno eccome, però la usano non per piacere a tutti, e quando lo fanno vengono dichiarati bolliti e obsoleti, ma per fare delle performance in grado di mantenere intatta una carica di aggressività che a molti risulta odiosa – che è invece quella che piace ai rocker. È un po’ il discorso della chitarra: io posso essere un chitarrista tecnicissimo e produrmi in veloci, melodici passaggi classici su una chitarra spagnola, cosa che incanterà moltissimi presenti, oppure suonare violente e brutali ritmiche thrash, un alto tasso tecnico è senz’altro presente anche in questo caso, però i presenti deliziati saranno indubitabilmente molto meno. Per esempio, mi ricordo benissimo di un giorno in cui stavo ascoltando un pezzo heavy a mio parere melodicissimo, e nemmeno a volume alto, quando un non adepto del verbo metallico mi chiese: “ma che cos’è questo casino?” Capito il punto? E non stavo ascoltando i Kreator, erano gli Iron Maiden di Stranger in a strange land   
Insomma, una cosa è sicura: a quanto pare il rock – per non parlare del metal – in televisione proprio non ci può andare. Il fatto è che il rock, nella sue varie accezioni, non può prescindere da ciò che in televisione, specchio fedele della nostra ipocrita e decrepita società non può proprio entrare – ovvero una sottile ma presente carica di provocazione, e guardate che chi scrive è più che mai convinto che anche il rock in fondo sia ipocrita. Ma quando si tratta di fare intrattenimento per la massa, non si riesce proprio a farlo entrare, se non mischiato a generi più accessibili, come ad esempio, l’hip hop.
Però, detto questo, la cosa comincia a mostrarsi in tutta la sua misteriosità. Il vero rock, il metal, con le loro ritmiche fluide e veloci, la chitarra ben presente nel mix, la batteria fragorosa, le distorsioni, le voci ora drammatiche ora sarcastiche, sono generi provocatori, questo è stato detto. Eppure, stabilire esattamente se la provocazione sia in questi fattori, se debba essere sussunta da una somma di questi fattori, oppure da un’altra sorgente ancora, non è affatto facile. In realtà, non è affatto facile neppure capire in che cosa consista questa provocazione, visto che invece in televisione sono più che accettati ben altri attacchi alla morale, se capite cosa intendo. Tuttavia, il dato di base è che quello che la maggior parte della gente dice del metal è: “troppo casino”, per poi magari andare a rimbambirsi con la techno suonata – anzi, no, fatta al computer – da qualche dj impasticcato magari pure convinto di essere un musicista. Oppure si lamentano che non si sentono le parole, mentre invece io quelle rare volte che mi sono imbattuto in una canzone di musica leggera italiana mi sono lamentato proprio per il motivo opposto: che le parole si sentivano, purtroppo.
Vabbeh, ma al di là di battute troppo facili, un’ipotesi su ciò che è questa provocazione la vorrei dare, e credo che la risposta, forse, vada a essere cercata nelle suggestioni working class del rock, mi riferisco ad esempio alle esperienze dei primi gruppi metal inglesi, nati sotto le nuvole di smog della città di Birmingham. Insomma, credo che la provocazione del rock e dell’heavy metal consista in questo, ed è paradossale se si pensa che l’heavy metal sia spesso visto come la controparte sonora della letteratura di genere: un richiamo all’ordine delle cose, una sorta di monito sul fatto che sì, magari adesso siete in uno studio televisivo a guardare ballerine e a sognare di essere milionari, ma domani dovrete tornare nelle strade, sotto un cielo grigio e ostile – ancora più ostile perché mentre eravate impegnati altrimenti, qualcuno di molto potente e molto privo di scrupoli, qualcuno che forse non è nemmeno più umano, ne ha approfittato per arricchirsi un altro po’ alle vostre spalle. Insomma, di paradosso in paradosso: la sottocultura pop come una droga che annebbia le coscienze portandole dritte nelle sabbie mobili delle illusioni borghesi, il rock l’unica strada per ritornare alla realtà. Una realtà dove, come avvertivano i New Model Army di The Charge, il vincolo dell'unità è rotto e le canzoni sulla lealtà sono vuote parole / e ognuno è più che pronto a fottere persino il proprio fratello anche solo per uno sguardo a un pezzo della torta.
È un’ipotesi ragionevole? Forse. O forse le risposte sono altrove, in direzioni che potrebbero portarci in altre aree della problematica. Intanto però, un altro reality è stato trasmesso, la televisione aveva promesso del rock per far sentire solo delle musichette sciape al suo posto, e l’heavy metal, che ha fatto capolino in un’occasione se non sbaglio, è stato quello che doveva essere: uno straniero in terra straniera. Non abbastanza ben risvegliare le coscienze addormentate del pubblico, intento com’era a guardare. A guardare le briciole della torta.


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