mercoledì 17 luglio 2013

Il declino della violenza, di Steven Pinker

Allora, per prima cosa: ho visto questo libro in una libreria e mi ha incuriosito, ma non tanto per il suo contenuto quanto per la visione del mondo dell'autore che non veniva fatta emergere dalle parole di chi ha scritto i risvolti di detta copertina. Una frase però è indicativa: parafrasando, il declino della violenza, secondo l'autore, è dovuto al trionfo di empatia e autocontrollo su predazione, dominanza, vendetta, sadismo e ideologia.

E su questo ci siamo. Parliamoci chiaro: per quanto per certi versi una recensione a priori sia un po' un salto nel buio, già una frase del genere la dice lunga sulla visione del mondo dell'autore, una visione del mondo che vede l'ideologia come qualcosa di negativo tout court. E questo è abbastanza sospetto: ideologia è una parola che ha una storia molto intricata alle spalle, per cui non ha un significato univoco ma piuttosto una fitta rete di rimandi semantici, quindi il fatto stesso che qualcuno dica che l'idelogia è una cosa negativa solleva tutta una serie di interrogativi. Infatti, quale ideologia? Perché? E poi: è davvero possibili essere privi di ideologia? Non è un'ideologia essa stessa? Ma soprattutto: non sarà che il realtà l'ideologia che si ha in mente è quella marxista, ma senza aver il coraggio di ammetterlo apertamente?

Bene, detto questo - partendo da questa base, cioé - ci sono sicuramente altre cose da puntualizzare. Tanto per dire, l’impressione è che l’autore di questo libro – già autore tra l’altro di un volume dal titolo quanto meno pretenzioso come Come funziona la mente umana – sia da una parte uno di quelli che, come dice un mio amico, hanno iniziato alle medie a riempire tabelline con numeretti sul loro quaderno e non abbiano mai finito e dall’altra uno che avendo delle convinzioni di stampo conservatrice abbia fatto tutto uno studio a tema, uno studio, dico, dove l’idea di fondo va a viziare tutti i dati per ottenere un risultato già previsto e ampiamente ideologico. Riprendendo il tema succitato, infatti, già ad esempio l’aver messo le ideologie – e per mettere adeguatamente a tema tale problematica bisognerebbe scrivere un saggio di dimensioni doppie a questo, sia per dimensioni che per complessità – tra elementi quali predazione, vendetta, sadismo lo dimostra ampiamente. Comunque, visto che qualche critica questo scritto le merita lo faccio in modo random, tanto per dare alcuni spunti:

 - È sicuramente vero che la violenza, oggigiorno, sia minore rispetto al passato. Tuttavia, è necessario ricordare che la violenza non è scomparsa dall’orizzonte umano, anzi, è sempre presente. Le persone normali sono semplicemente meno propense a commettere violenza in quanto ben conscie delle conseguenze, ma basta che il controllo statale si attenui, o persino incoraggi a commettere violenza, che subito la vera natura dell’uomo torna allo scoperto. Non solo: ma anche in condizioni di normalità, tutti sanno che la violenza è soltanto nascosta dietro le quinte, pronta a fare la sua comparsa.

-  Non solo: ma la violenza ha cambiato faccia. Una volta si esprimeva nei modi di cui ben sappiamo –  nonostante la propaganda revisionista – ora si è capito che ai fini del controllo e della governabilità è più efficace esercitare una violenza maggiormente indirizzata a colpire le risorse, privando la maggior parte della popolazione di un accesso autonomo alle stesse e ponendole di fatto in condizioni di non essere delle persone libere – in quanto, come già Aristotele ci ricorda, per poter essere liberi, e soprattutto liberi di poter migliorarsi come esseri umani, bisogna godere di una tranquilla posizione socio economica. Proprio quella che l’ideologia liberista vuole sottrarre alla sfera dell’individualità della più parte delle persone secondo schemi in ultima analisi darwinisti e razzisti, che è tra l’altro la vera cifra di quelle che l’autore definisce “istanze civilizzatrici su cui l'Occidente ha fondato la propria identità” (?), cifra che ha permesso al Potere di trasformare la vita di milioni di liberi cittadini in una realtà concentrazionaria.

-  La statalizzazione della violenza: lungi dal ridurre la quantità totale di violenza, tale passaggio ha da una parte creato un gruppo chiuso in grado di esercitare violenza al massimo grado in modo del tutto arbitrario (ricordo tra l’altro che la violenza dà dipendenza) dall’altra ha sottratto un altro ingrediente alla individualità, ovvero la capacità di farsi giustizia da soli. Così, la violenza ora è a servizio soltanto del Potere – e della proprietà e del soldo – mentre è neutralizzata nei suoi possibili utilizzi privati anche quando verrebbe esercitata in nome di un ideale di giustizia, che chiaramente non esaurisce la casistica del farsi giustizia da soli ma ne è sicuramente parte integrante.

-  Perché quella che stiamo vivendo è probabilmente l'epoca più pacifica della storia: ma sì, facciamo una piccola scivolata e ammettiamo che ci sia qualcosa di vero nel discorso di Pinker – la violenza diciamo così sbracata e becera un tempo – ma quando? E perché? – era maggiore. Ma la vera domanda è: ma nel passato recente era minore o maggiore rispetto all’oggi? Tutti sanno che nel Medio Evo la violenza e la brutalità erano di casa, ma che senso ha fare un paragone con quanto accade nel Ventesimo secolo, l’importante sarebbe capire ad esempio se gli anni Novanta del Ventesimo secolo sono stati più o meno violenti degli anni Zero. E, con buona pace di Pinker e di tutti i negatori del principio “si stava meglio una volta”, beh, forse sarà solo una mia impressione, ma non sembra anche a voi che i giorni che stiamo vivendo siano più violenti, brutali e repressivi che non quelli che abbiamo vissuto negli ultimi dieci o quindici anni del secolo scorso?

Per concludere, devo però ammettere apertamente che non sono riuscito a leggere il volume per intero, tanto era ponderoso e noioso, per cui mi sono limitato a esaminare alcuni capitoli. E l'impressione è esattamente quella di cui sopra: un saggio poco ispirato, non particolarmente convincente, e soprattutto pretenzioso nel suo voler dare l'impressione di essere super partes.

 

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