Un giorno, al liceo, la nostra professoressa di italiano ci ha chiesto di svolgere un test dove vi era una colonna con indicati un certo numero di comportamenti considerati riprovevoli (usare droghe leggere, ascoltare musica estrema, scrivere sui muri, compiere atti di vandalismo, viaggiare sull’autobus senza biglietto, and so on: la quintessenza del teppismo più bieco secondo quegli aficionado del libero pensiero di CL, a ben pensarci, anche se non credo che in quella particolare occasione il colpo fosse partito proprio da loro) e altre colonne in cui bisognava indicare come venivano considerati da noi tali atti. Ma la caratteristica peculiare di questo test era il suo completo – si fa per dire – anonimato.
Il risultato, per la professoressa, fu deludente; per me, che scrivo quasi vent’anni dopo, interessante: il fatto è che un quarto abbondante della classe – una classe considerata di ragazzi educati e per bene – rispose sostanzialmente che quasi tutti i comportamenti considerati riprovevoli dal potere erano invece ammessi e praticati senza problemi, cosa che non piacque per niente alla prof, come ho anticipato. Che tra l’altro, a causa anche delle risposte date dal rimanente tre quarti, più consone alla visione del mondo della profe, e della scuola, non poté salvarsi in corner.
E come avrebbe potuto salvarsi in corner?
Beh, è semplice – ed emerse con chiarezza in una conversazione piuttosto accesa che ebbi un paio di giorni dopo con una persona che liquidò il test come una mera provocazione, in quanto non tenne conto del risultato globale: la prof avrebbe potuto dire che, proprio grazie all’anonimato, noi “ribelli” – io facevo parte del primo quarto – avevamo mentito spudoratamente.
Non è così, e non lo dico solo perché, avendo funto da cavia in quell’occasione posso affermare che dissi il vero in occasione del test, come invece mentivo spudoratamente nei temi di italiano, ma perché a me sembra ovvio che quando qualcuno si sente protetto dall’anonimato dice la verità, ovvero fa vedere quello che è veramente. Non solo: ma è proprio attraverso l’anonimato che dimostra di essere ben avvertito su quello che si può dire e dimostrare della propria essenza e quello che non si può dire apertamente, pur pensandolo, né tantomeno mostrare, pur essendolo.
E i troll, direte voi? È vero che i troll provocano, ma provocano mettendo sotto forma di provocazione quello che pensano veramente, e che sanno di non poter esprimere in nessun altro modo, dico io.
Ma qual è il punto? Beh, il fatto è che da più parti si grida allo scandalo per la violenza e la volgarità espressa dal web, come se il Potere non fosse mille volte più violento e volgare, ma lasciamo perdere, in fondo la prerogativa del Potere è proprio questo essere vigliaccamente allo stesso tempo arbitro e giocatore. Lasciamo anche perdere una questione molto più interessante, ovvero il fatto che moltissimi quando si trovano dietro a un monitor credono di poter muoversi in modo anonimo, usando ID con il loro nome e cognome. Ma, ed è questo che volevo dire, credo proprio che quando si arriverà a un giro di vite la scusa sarà proprio: basta con le provocazioni. Ovvero, si negherà recisamente che quanto espresso da web corrisponda alla realtà.
E questo dimostra chiaramente quanto sia stupido il Potere: se davvero queste esternazioni fossero delle mere provocazioni, allora perché vietarle, in fondo? Si sa già - sono delle provocazioni - che rimangono circoscritte alle rete, e anzi, sono un modo per tenere bassa la rabbia popolare. Se invece fossero qualcosa di più di vere provocazioni, allora vietarle non servirebbe a niente, perché bisognerebbe invece agire sulle cause che hanno portato un sacco di gente, ma veramente tanta, a scrivere dei messaggi tanto volgari e violenti. Tra l'altro, è bene ricordare che non ci sono dei parametri oggettivi e validi per tutti né per definire la volgarità né per definire la violenza. Ma anche fosse, per molti sarebbe stato facile e conveniente in fondo diventare come quelli che stanno da una certa parte: una scivolata morale da una parte, uno sbandamento etico dall'altra e denaro, fama e successo sarebbero stati a portata di mano. Ma chi non ha ceduto né a scivolate né a sbandamenti ha tutti i diritti di essere violento e volgare se questo serve a un bene superiore. Ma la verità è che qui qui ci sono due fronti contrapposti, portatori di diversi
interessi che riguardano la distribuzione e l'utilizzo di risorse materiali e
immateriali, che si stanno combattendo, e fin qui penso che nessuno abbia
niente da ridire. Violenza e volgarità potrebbero essere nell'arsenale di
entrambi i fronti, disponibili sulla base della volontà di ognuno, e fin qui
tutto andrebbe ancora bene. Ma è al passo successivo che le cose non vanno più
bene: uno dei fronti in lotta, avendo il controllo sull'uso e soprattutto sulla
portata semantica delle parole, può decidere chi si sta comportando volta per
volta in modo violento e/o volgare, comportandosi contemporaneamente da arbitro
e da giocatore. Quindi costringere qualcuno alla fame o peggio togliendogli
casa, lavoro e dignità sulla base di un preciso programma politico e sociale
non è violento, per contro lo è dire una parolaccia al posto sbagliato e al
momento sbagliato. Quindi, anche volendo dire no alla violenza, il problema
rimane: che cos'è la violenza?
Secondariamente, un'altra questione si fa avanti: nel nostro mondo libero, nell’Occidente civilizzato e civilizzatore di un certo tipo di pensiero, ci sono delle cose che non si possono dire (con tutto il carico esistenziale, intellettuale e pratico che va rilevato come connesso al “dire”: Benjamin Franklin, non esattamente uno dei miei eroi, ebbe a scrivere che “ben fare è molto meglio che ben dire”; già, non mi sorprende che al Franklin sia sfuggito al fatto che il ben fare sia un correlato del ben dire, tanto per dire e per così dire). Democraticamente, sia chiaro.
Tell me something, it's still 'We the people', right?
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