lunedì 20 maggio 2013

Epicità e dintorni: una recensione della serie televisiva Vikings



La serie Vikings, una produzione canadese di genere storico creata da Michael Hirst e trasmessa dal 3 marzo 2013 sulla rete History, è un ottimo esempio per riprendere alcuni discorsi di cui si è parlato in questo blog, ovvero di epicità da una parte, e di commistione fra cronaca e narrativa pura dall'altra.

La serie infatti è un tentativo di ibridazione tra una robusta storia d’azione con elementi di stampo educational, cosa che in effetti non dispiace, e una serie drammatica vera e propria. Così il plot, agile e snello, riesce a introdurre varie spiegazioni sulla società degli antenati dei Soilwork e degli In Flames – e di Yngwie Malmsteen, ovviamente, che ha scritto una canzone I’m a viking, il cui testo è in pratica lo script della seconda puntata - mettendo in scena le avventure del guerriero, navigatore e predone Ragnarr Loðbrók, interpretato dall'attore australiano Travis Fimmel, personaggio semi leggendario del folklore vichingo peraltro visto in scena anche ne I vichinghi, film del 1958 con Ernest Borgnine e Kirk Douglas. Della partita anche Katheryn Winnick nella parte di Lagherta, la moglie del protagonista, George Blagden nella parte del frate anglosassone Athelstan e Gabriel Byrne come earl della tribù di Ragnarr, sorta di conte locale.


Comunque, tra scene d’azione, non poi tante, e scene di riflessione, la trama si snoda fluida, anche se non con tanti colpi di scena e sorprese come sarebbe lecito aspettarsi, in quanto i personaggi, essendo vichinghi, si comportano più o meno come ci si aspetta che dovrebbero comportarsi dei vichinghi – ovvero come qualsiasi altro popolo, al netto dello stadio di civilizzazione. E qui arriviamo al vero punto dolente, esattamente come arriviamo alla causa della distruzione di ogni epicità: i personaggi. Se prendiamo per buona la definizione di stile epico come eroismo tout court, che non è del tutto corretto ma nemmeno sbagliato, allora un soggetto che affronta in battaglia altri tipi armati di tutto punto dovrebbe essere un eroe. Invece no: di questi tempi succede solo alle manifestazioni, ma allora il corpo a corpo con spada e scudo era uno sport alla portata di tutti, anche delle massaie – letteralmente, visto che la moglie del protagonista è una shieldmaiden, ovvero una donna guerriera del folklore scandinavo. 


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I nostri "eroi" pronti alla pugna...
Quindi, andare a combattere non fa dei protagonisti degli eroi. Ma non li rende nemmeno delle brave persone. Quindi la domanda è: perché dovrei guardare uno show dove praticamente tutti i protagonisti sono degli psicopatici? 
Ma le cose allora funzionavano così, mi si dirà. Le cose funzionano così anche adesso, rispondo io, appunto per questo da un film o da una serie televisiva mi aspetto qualche elemento di puro escapismo, che mi permetta di credere, almeno per tre quarti d’ora, in un mondo dove ci sono i cattivissimi – metafora del vicino di casa che mi incasina il posto macchina o del tipo che mi ha rubato il mio posto mentre ero in fila per il biglietto alla stazione, da un punto di vista minimale, e ampliando del criminale di guerra o del serial killer – ma dove ci siano anche i buoni, che dopo un tot di vessazioni subite al climax si riprendono e spaccano il culo ai passeri. Poi, qualsiasi modifica per rendere più complesso, problematico e intellettualmente ricco tale meccanismo è la benvenuta, però sempre all'interno di tale schema.
Che dire, dopo essere stato schifato da Sons of Anarchy – dove dopo nemmeno tre puntate stavo sperando di vedere un gruppo di g-men agli ordini dell’agente speciale John Doggett, lui sì un eroe, entrare nel dormitorio dei biker del cazzo parassiti della società e massacrare tutto il massacrabile – non avere degnato di uno sguardo i Soprano e aver messo nella rubrica sotto la voce "varie ed eventuali" Roma solo per interesse del contesto, arrivo qui e mi dico: ma vale la pena guardare uno show e divertirsi solo quando assume le caratteristiche di uno slasher movie

Tuttavia, credo che tutto questo sia il riflesso – il riflesso di una carogna putrescente in una palude, direi – della tendenza degli ultimi anni di investire tutto con il diritto di cronaca. La televisione pullula di reality show, in libreria la narrativa deve lasciar il posto a romanzi che romanzi non sono ma piuttosto testimonianze di vita vissuta, tipo Educazione Siberiana o i lavori di Saviano (come se da noi non si sapesse come va il mondo: suvvia, una volta capite tre o quattro regolette, tutto il mondo è paese, per cui…) e quindi anche le serie televisive devono pagare dazio. 

Ma, e smetto di fare il polemico e mi angustio davvero, qui sorge davvero un problema, o anche più di uno. Innanzitutto, mi domando se non si dia il caso che ci siano degli spettatori che magari non capiscono la distinzione, tra l’altro molto sottile, e che quindi prendono i protagonisti – che non sono tra l’altro nemmeno degli antieroi o degli eroi negativi – come degli eroi e dei modelli, esaltandosi per le loro imprese (con la differenza che emulare le loro imprese non è poi così impossibile: se non fosse che qui l’effetto avrebbe fatto scaturire la causa, gruppi paramilitari che hanno funestato recenti avvenimenti storici avrebbero apprezzato molto il comportamento adottato dai protagonisti della serie).
In secondo luogo, mi chiedo se si riuscirà a tenere in piedi l’assetto cronachistico e allo stesso tempo recuperare l’essenza dell’eroe classico, tentativo che secondo me dovrà avvenire per una questione di evoluzione naturale: fare ciò sarà molto complicato per gli scrittori di script, a meno che non ricadano nella più trita e ritrita logica dell’eroismo civile e dell’esaltazione degli umili, in verità tematiche molto poco convincenti. Io auspico piuttosto un rifiuto della cronaca e un ritorno alle infuocate lande della pura fiction, magari con un recupero pieno del potenziale semiotico della narrativa – dunque con la descrizione della realtà con non passa più attraverso l’incursione della realtà stessa, ma attraverso la suggestione, ben più sottile ma anche più affascinante, di simboli e metafore.

Anche perché quando si vuole mescolare la fiction con la realtà si finisce per fare dei disastri, in quanto la fiction ha delle regole sue che o le si segue o la narrazione non va avanti. Per questo motivo uno degli errori più grossi che ho riscontrato fino a qui nel plot di Vikings riguarda proprio il fatto che sono degli psicopatici, sì, ma solo fino a quando la storia lo richiede: altrimenti, e proprio per imprimere alla trama i necessari turning point, ecco che diventano improvvisamente degli angioletti pieni di etica e di morale (beh, più o meno) per motivi non ben chiari – vedi Lagherta, la succitata moglie del protagonista che per la gioia degli spettatori si sente in dovere di salvare una donna sassone durante un raid uccidendo uno dei suoi – dico, ma nei precedenti raid cos’era successo?

A meno che le shieldmaiden non avessero tale ruolo, ma a questo punto non valeva la pena fare una serie su questo?

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