venerdì 31 maggio 2013

Cuore d’acciaio[1]




“Dovete pagare caro il vostro tentativo di invasione.”
Yuma si mosse, a disagio, consapevole che ogni suo gesto veniva osservato attentamente dai molti occhi gelidi davanti a lei.
“Me ne rendo perfettamente conto”, rispose, cercando di mantenere i tratti del viso perfettamente immobili, come le avevano insegnato a fare in situazioni di quel tipo.
“Tuttavia, la punizione potrebbe essere leggera: ad esempio quella di rimanere per sempre fra di noi, in qualità di schiavi.”
“ Tuttavia”, disse Yuma di rimando, dando un tono neutro alla sua voce, “visto che ci siamo batturi con onore contro di voi, potreste anche lasciarci andare.”
L’uomo che aveva di fronte, evidentemente il capo, scolò del vino d’un fiato, poi concesse:
“Questo è vero. Siete riusciti a resistere più del previsto. Per cui, quando stasera ci riuniremo per decidere, anche questa potrebbe essere un’opzione.  Magari potremmo accontentarci di tenere per noi un ostaggio.”
Yuma annuì, anche se sapeva che, a causa delle sue responsabilità, essendo l’ufficiale più alto in grado, questo onere sarebbe sicuramente toccato proprio a lei. Ma, del resto, quel pianeta di fango e foreste tropicali era l’unico in grado di fornire i preziosi metalli per la costruzione della navi che dovevano andare a costituire il nucleo della rinata flotta terrestre. E  fare delle incursioni in profondità era l’unico modo per localizzare i giacimenti più ricchi. Yuma pensò tristemente ai preziosi macchinari che erano andati distrutti durante l’assalto della tribù locale: era una perdita molto più pesante, per lei, che non quella relativa al personale.
I guerrieri li avevano attaccati poche miglia dopo il primo villaggio che avevano incontrato, stritolandoli senza alcuno forzo. C’era stata persino una punta di sufficienza nel loro attacco, come se avessero capito che quel distaccamento avanzato degli invasori terrestri non poteva rappresentare una seria minaccia. E avevano perfettamente ragione. Solo per un miracolo tattico di Yuma gli invasori, adesso trasformati in fuggitivi in rotta, avevano trovato rifugio in una valle dove dovevamo guardarsi solo da attacchi frontali, ma anche così gli indigeni si erano fermati e avevano accettato di parlamentare solo per evitarsi delle perdite. In realtà era una preoccupazione del tutto superflua, visto che Yuma e i suoi uomini avevano perso tutte le armi pesanti nel primo attacco.
“Ma devo dirle che c’è anche un’altra opzione”, si interruppe per dare modo a quella che doveva essere la sua compagna a posare dell’altro vino, o quello che era, sul tavolo, poi continuò: “domani potremmo anche decidere di attaccare e uccidervi tutti.
Yuma ancora una volta cercò di non dare alcun segno di debolezza, ma dentro iniziò a sentire una sensazione di paura attanagliarla dalla testa ai piedi. Anche perché sapeva benissimo che in realtà i loro catturatori non avevano nessuna intenzione di lasciar andare lei e i suoi uomini. Erano di gran lunga troppo primitivi per poter raccontare una bugia in modo tanto abile da essere creduti.

Più tardi, Yuma era nella sua tenda, cercando di pensare, di trovare una soluzione. I freddi dati che conosceva su quelle genti continuavano a lampeggiarle nella mente, compresi i particolari relativi alla loro cultura fiera e selvaggia, pur se improntata su un ideale di lealtà e onore. L’unica scelta che aveva davanti, se non voleva aspettare il verdetto, era quella di tentare un’azione di forza, che però contro quei nemici era palesemente destinata alla sconfitta. Erano degli avversari di gran lunga troppo forti, e per un motivo molto semplice: per quanto fossero in tutto e per tutto simili a degli esseri umani, anche se di proporzioni molto grandi, avevano la particolarità di essere fatti interamente di ferro. Come quegli esseri riuscissero a muoversi con tutto quel peso era un mistero, da una parte, e un miracolo di bioingegneria dall’altro. Tanto più che il resto della fauna e della flora di quel pianeta era più simile ai loro omologhi terrestri, pur presentando, a livello molecolare, dei legami atomici tipici dei metalli. Ma interrogativi biologici a parte, la cosa più importante era che era si trattava di esseri assolutamente invincibili in uno scontro diretto. Nell’anno e mezzo che era passato dal primo atterraggio della flotta dell’Impero, gli invasori avevano dovuto scoprire che né le armi da fuoco né i laser erano granché efficaci. Solo gli esplosivi ad alto potenziale avevano qualche possibilità. Tanto più che la tecnica di combattimento preferita dagli indigeni, comune sia ai guerrieri che alle loro donne, era quella, semplice ma efficace, di tendere degli agguati e di saltare addosso ai nemici, con risultati devastanti. C’era da dire però che le loro donne lo facevano solo come estrema risorsa, perché non avevano il permesso di combattere se non per difendersi.
“Posso entrare?”
Yuma si girò di scatto al suono di quella voce sconosciuta. Si trovò di fronte a uno degli indigeni con cui aveva parlato nei pomeriggio. Avrebbe dovuto saltare in piedi con un’arma qualsiasi in pugno, ma soltanto a trovarselo di fronte Yuma si sentiva completamente in balia degli eventi.
Riuscì però a fare una domanda:
“Sei qui per uccidermi?”
Lui si guardò pigramente intorno. Le ricordò un leone che avesse ormai intrappolato la preda e che prendesse tempo prima di sbranarla, ma poi sorrise:
“No, sono qui per proporti un affare.”
IL guerriero si mosse, facendo qualche passo dentro la tenda, facendo mostra di interessarsi ai vari manufatti disseminati in giro, un paio di armi da fuoco, un computer, un traduttore simultaneo, cose di questo genere. Per quanto non prevedesse che l’affare fosse molto vantaggioso per lei e per i suoi uomini Yuma si sentì costretta a sollecitare delle ulteriori spiegazioni.
“Sentiamo: di cosa si tratta?”
“Il nostro capo oggi ti ha mentito: non hanno nessuna intenzione di lasciarvi andare o anche solo di tenervi come schiavi. Domani vi uccideranno. Non ne sono contenti, noi non uccidiamo per il puro piacere di farlo, ma è necessario.”
“Beh, questo non devi dirmelo tu. Lo avevo già capito da sola.”
Il guerriero la guardò un po’ sorpreso, e anche leggermente contrariato.
“Ecco, lo vedi? Abbiamo bisogno di essere contaminati dalla vostra decadenza. Non siamo nemmeno capaci di mentire, anche se abbiamo già cominciato a farlo… cosa che non avremmo mai fatto qualche anno fa. Questo significa che finiremmo comunque per diventare come voi, per cui perché non accelerare un po’ il processo? E pensare che molti di noi credono che ogni atto di resistenza nei confronti dell’Impero ci porti un po’ più vicino a riprenderci il nostro pianeta...”
“E cosa credi tu, invece?”
“Non l’hai ancora capito? Io credo che se noi ci lasciassimo assorbire dall’Impero avremmo molti meno fastidi. Anzi, potremmo anche trovare molto utili alcune delle vostre tecnologie, tecnologie che adesso noi sogniamo solamente… per non parlare della vostra cultura, decisamente superiore  sotto tutti i punti di vista. Superiore nel bene e nel male, ovviamente. Per esempio, questo cosa che il vostro esercito permette a delle femmine di combattere e di raggiungere persino ruoli di comando la trovo veramente assurda… cosa che potrebbe cambiare, se anche noi venissimo assorbiti dall’Impero.”
L’uomo sogghignò, un’agghiacciante sorriso fatto di zanne di metallo, ma Yuma fece finta di non aver sentito. E in un certo senso era proprio così: le opinioni personali di quell’uomo di ferro non la riguardavano affatto. Considerò attentamente, invece, quanto le aveva detto nel suo complesso e trovò che c’era del vero nelle sue parole: in fondo, la loro vita cosiddetta libera era quella di dei selvaggi ancora allo stato primitivo, senza nessuna comodità, nessuna vera civiltà. Da quello che avevano capito, tanto per dirne una, il popolo di ferro non aveva né una letteratura né una filosofia, né tantomeno una scienza avanzata. Tutte cose, queste, che avrebbero potuto invece sviluppare se si fossero lasciati conquistare dall’Impero. Però, anche tutto questo non competeva Yuma, o per lo meno le competeva solo se l’avesse aiutata a capire come uscire di lì.
Chiese:
“Come farai a portarci fuori dal vostro territorio?”
L’uomo di ferro si strinse nelle sue larghe spalle, poi rispose:
“Vedi, io conosco un passaggio che vi porterà tutti fuori sani e salvi. Ma dobbiamo muoverci in fretta e senza lasciare qui né armi né bagagli. Il percorso è piuttosto impervio e ci rallenterebbe.”
“Ci?”
“Sì: come ho detto, l’unico modo per sviluppare la nostra civiltà è quello di farci assorbire da voi. Per questo verrò con voi, e collaborerò per la conquista del nostro territorio. In effetti, si sono ben altri segreti, che voi terrestri avete ancora da scoprire, che potrebbero darvi dei notevoli vantaggi nel distruggere i tentativi di resistenza del mio popolo. Segreti che però senza un aiuto dall’interno non riuscireste mai a scoprire.”
Yuma lo osservò a fondo, indecisa se disprezzarlo per quelle parole, che suonavano ancor più meschine del loro mero significato in un essere dall’aria così marziale, o se essergli invece grata. Ancora una volta, scelse la strada dell’assoluta imperturbabilità, chiedendogli semplicemente:
“E come pensi di riuscirci?”
“Beh, lasciamo prima dire che molti di noi la pensano come me. Una volta visto il mio esempio, non si tireranno indietro, e la conquista sarà cosa fatta. Ma adesso l’importante è di portarvi in salvo.”

Qualche ora dopo, in un’alba dai colori alieni, Yuma uscì per distribuire gli ordini. Il guerriero, una volta finito di esporle il suo piano, era tornato indietro nell’accampamento degli uomini di ferro, perché non si notasse la sua assenza, ma le aveva promesso che si sarebbe fatto trovare vicino alla sua tenda un’ora prima dell’alba Radunò i soldati rimasti, non più di una decina, in fondo alla piccola valle che li aveva protetto da eventuali attacchi alle spalle. C’era un solo problema: il guerriero non si vedeva da nessuna parte. Yuma si guardò intorno, chiedendosi che cosa avrebbe dovuto fare se fossero stati traditi a loro volta. Improvvisamente le venne da pensare che forse era tutto un piano ben congegnato per spacciarli definitivamente in un modo imprevedibile, e che forse quindi quegli esseri di metallo non erano poi così ingenui come sembravano, cosa che la portava a tutta una serie di riflessioni molto sgradevoli, ma poi il gigante di ferro apparve, preceduto da un basso fischio ringhiante, da un sentiero nascosto fra rovi e cespugli, facendo loro segno di seguirlo lungo quella strada. In realtà, avrebbero potuto anche vederlo prima, ma nessuno di loro avrebbe potuto sapere se li avrebbe poi portati alla salvezza o no.
Con il cuore in gola, seguirono il gigante di ferro lungo lo stretto sentiero, lasciando indietro quel poco di equipaggiamento che avevano salvato durante la prima battaglia. In effetti pareva proprio che dopo aver percorso un centinaio di metri nel ventre della montagna, il sentiero si orientasse verso ovest, quindi in direzione della frontiera. Ma una sensazione di insicurezza dovuta al dubbio di non aver poi previsto davvero tutto, non l’abbandonò mai del tutto, nemmeno quando si trovarono alla fine del sentiero, a pochi chilometri dalla frontiera e quindi dalla salvezza. Si dissolse soltanto quando raggiunsero un terreno completamente allo scoperto dove si accorse che là dove il sentiero si apriva su un piccolo altopiano, ad attenderli c’erano gli altri guerrieri di ferro, quelli che li avevano distrutti il pomeriggio prima.
Yuma fece un gesto ai suoi uomini, imponendo loro di non combattere e anzi di rimanere perfettamente immobili, in modo da lasciare che i guerrieri di metallo li facessero prigionieri. Anche perché tanto, se i loro avversari avessero deciso di attaccare, lei e i suoi non avrebbero avuto comunque la minima possibilità. Yuma guardò dritto negli occhi il capo dei guerrieri, sentendo il suo cuore di acciaio batterle forte nel petto fatto di metallo, di materiali plastici ad alta resistenza e di resine polimeriche. Sì, perché in realtà anche Yuma era fatta quasi interamente di metallo, solo che lei era stata costruita in quel modo dalla tecnologia bellica dell’Impero, non dalla spinta evolutiva di una natura violenta e ostile. Immobile, Yuma si scoprì a chiedersi quanto le finte emozioni di paura e di angoscia che aveva provato nel corso di quella missione fossero simili a quelle che provavano gli esseri umani e forse anche quei giganti di ferro. Strano, in teoria Yuma, o meglio, Y.U.M.A. 558, non avrebbe dovuto porsi domande che esulassero dal contesto contingente in cui volta per volta si trovava ad agire, ma le fabbriche specializzate nella fabbricazione dei robot lasciavano sempre un margine di casualità quando si trattava di programmare il carattere di uno dei loro prodotti.
Mentre il traditore venne circondato da cinque guerrieri e fu costretto a inginocchiarsi, il capo dei guerrieri si avvicinò e disse in tono solenne:
“È con grande dolore che mi rendo conto che le tue parole erano veritiere. Questo proprio non me lo sarei mai aspettato, nemmeno nei miei sogni più oscuri… che uno dei miei guerrieri mi tradisse, che tradisse tutti noi per inseguire il sogno del lusso e della decadenza dell’Impero Terrestre. E devo a te, donna di metallo dell’Impero, se questo tradimento non si sia compiuto fino in fondo.”
“ Che cosa?”, urlò il guerriero in ginocchio. – Tu, sei stata tu…”
Il guerriero cercò di alzarsi in piedi, con un ruggito agghiacciante, ma fu costretto a rimanere dov’era dagli uomini di ferro che lo circondavano. E rimase in ginocchio, ma prese a colpire la terra con gli enormi pugni contratti, emettendo un basso brontolio inintelligibile. Yuma gli concesse appena uno sguardo. In cuor suo, provò persino una vaga fitta di invidia, sempre che i dati che in quel momento scorrevano nella sua coscienza cibernetica potessero davvero essere chiamati in quel modo, nel riconoscere che sì, quegli esseri di ferro provavano davvero delle emozioni. Poi il capo prese ancora la parola:
“Naturalmente non sappiamo come mai sei venuta da noi per denunciare le intenzioni di questo traditore. La nostra mente è troppo semplice per capire fino in fondo le vere intenzioni di un essere con la brama di potere e di conquista tipica della razza umana, sentimenti che la razza umana riesce a instillare anche nei cuori di un essere artificiale come te”, disse “ma non abbastanza per non aspettarci che ci potranno essere delle conseguenze per noi deleterie.”
Si interruppe, per guardare a sua volta Yuma dritto negli occhi. Questa sostenne lo sguardo, anche se si sentiva veramente sconcertata: non pensava che quegli esseri sapessero dell’esistenza dei robot, e invece il capo aveva voluto rivelarle che sapeva della sua vera natura. Decisamente, quegli esseri di metallo avevano delle capacità notevoli, più di quanto lei e i suoi capi avessero supposto. Comunque, se il capo si era atteso una reazione da parte di Yuma a quelle parole rimase deluso, e così continuò dicendo:
“Eppure non possiamo venir meno alla nostra parola: tu e i tuoi uomini siete liberi di andare. Ma prima, c’è un ultimo compito da affrontare.”
Y.U.M.A. 558 rimase a osservare l’esercito di metallo che si allontanava nella bruma violacea, cercando di allontanare il senso di disagio. Si fece forza pensando che, in realtà, le parole del capo erano state veritiere: in un certo senso, davvero ci sarebbero stati degli effetti deleteri per il popolo di ferro dopo quel giorno. Deleteri e forse anche esiziali.
Ripensò agli avvenimenti delle ultime ore. Il fatto era che a Yuma il tradimento del guerriero aveva dato parecchio da pensare. Aveva deciso pertanto di seguirlo nelle tenebre quando lui era tornato al campo per non fare notare la sua assenza, e aveva spiegato tutto al capo dei guerrieri. In cambio, però, aveva preteso un salvacondotto per lei e per i suoi uomini. Ma non l’aveva fatto per una sorta di fedeltà robotica all’Impero Terrestre, pur essendo questo un tratto che era stato inserito nei suoi programmi comportamentali. No, la vera ragione della sua delazione era stata un’altra: se davvero uno o più di quei guerrieri di metallo fossero passati in forza dell’Impero Terrestre, sempre di più del loro popolo li avrebbero seguiti, fino al punto in cui non ci sarebbe stato più spazio per gli esseri artificiali come lei. Molto meglio riuscire ad arginare quel rischio o quantomeno a dilazionarlo nel tempo, come aveva fatto.
E non solo. Yuma, prima di girare sui tacchi e di seguire i suoi uomini sulla strada per la frontiera, scoccò un ultimo sguardo all’esoscheletro di metallo ancora fumante che era quanto rimaneva del guerriero traditore. Aveva altresì scoperto che la composizione biologica di quegli esseri era simile a quella degli insetti, con la struttura di metallo che era una sorta di scheletro esterno: già questo avrebbe potuto rappresentare un passo in avanti significativo per quella guerra. In più, aveva potuto assistere in prima fila all’esecuzione del traditore, avvenuta quando il capo in persona si era fatto consegnare un’arma simile a una pistola dalla canna molto allungata e l’aveva usata per giustiziare il traditore, puntandogliela alla nuca e provocandone l’immediata uccisione.
Certo, sarebbe stato difficile capire di che cosa si trattava, ma almeno sapevano che esisteva un’arma letale per quegli esseri di metallo. D’altra parte, era spiacevole pensare che avessero a disposizione una tecnologia più avanzata del previsto, ma c’era  sempre lei a condurre la guerra contro di loro ed era sempre meglio non sottovalutare un robot. In particolare, come quel guerriero aveva scoperto a sue spese, quando si trattava di un robot dai tratti femminili.




[1] Racconto precedemente apparso sull’antologia di racconti brevi Nasf sesta edizione. 

Nessun commento:

Posta un commento